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Le Indicazioni nazionali sono insolitamente esplicite su questo punto: il percorso della poesia del quinto anno «esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale». Sono tre risposte diverse alla stessa domanda — che cosa resta da fare a un poeta dopo che Carducci e d'Annunzio hanno esaurito il sublime. Ungaretti riduce il verso alla parola scavata nella propria vita; Saba tiene il metro della tradizione e ci mette dentro il lessico di tutti i giorni; Montale rinuncia a dire l'emozione e la fa dire alle cose. L'argomento sta al centro dell'esame: i loro testi sono fra i più probabili per la Tipologia A, e nel colloquio reggono quasi tutti i collegamenti con la storia del Novecento.
5 sezioni~44 min di lettura3 competenzeVerificato · 08/2026
livello base
A tutti gli indirizzi del Liceo si richiede di conoscere le tre voci maggiori e di analizzare testi-chiave individuandone temi, scelte metriche e procedimenti retorici fondamentali.
livello avanzato
Negli indirizzi a più forte vocazione umanistica (Classico, Scienze Umane, Linguistico) si approfondisce il dialogo con la tradizione europea (Simbolismo francese, T. S. Eliot) e il confronto stilistico ravvicinato tra i tre autori.
Profondità di lettura: Approfondimento
Dimensione del testo: Standard · Interlinea: Compatto
Carica sempre i media: disattivo
5 sezioni25 punti chiave0 formule25 errori tipici
Quattro uscite dalla stessa crisi
Dai Crepuscolari all'Ermetismo
Vocabolario
→ SchedeLeggi l'apertura di «Desolazione del povero poeta sentimentale» di Sergio Corazzini: «Perché tu mi dici: poeta? / Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange». Individua la scelta di poetica che vi è dichiarata e spiega contro che cosa si rivolge.
Il soggetto non descrive un paesaggio né un sentimento: risponde a un interlocutore che lo ha chiamato poeta. Il testo si apre quindi su una definizione di ruolo, non su un contenuto.
La risposta è due volte negativa e la seconda negazione è più forte della prima: non «non sono un buon poeta», ma «non sono che un piccolo fanciullo che piange». Il poeta viene sostituito da una figura senza autorità e senza sapere.
«Piccolo», «fanciullo», «piange» appartengono al parlato affettivo, non al registro lirico alto: la scelta lessicale conferma sul piano della lingua ciò che il contenuto dichiara.
La figura rifiutata è quella del vate: il poeta che, da Carducci a d'Annunzio, parla per la nazione e conosce ciò che gli altri non vedono. Corazzini non la critica, la dichiara non esercitabile su di sé.
Lo stesso gesto ritorna nel 1925 in «Non chiederci la parola» di Montale, dove il poeta dichiara di poter dire soltanto ciò che non è e non vuole. Fra i due testi ci sono vent'anni e nessun rapporto diretto: c'è una condizione comune.
Risultato: I tre versi sono una dichiarazione di poetica in forma di risposta: rifiutano il ruolo del poeta-vate e lo sostituiscono con una voce dimessa, e lo fanno con un lessico che coincide con la scelta — è questo doppio piano, contenuto e lingua, che una risposta d'esame deve mostrare.
Errori frequenti
Approfondimento
La questione più interessante che l'Ermetismo pone è politica, e negli indirizzi umanistici conviene affrontarla. La poesia ermetica nasce e si afferma fra il 1930 e il 1943, cioè nel pieno del regime, e il suo tratto costitutivo — l'oscurità, l'abolizione del referente, il rifiuto della narrazione — è stato letto in due modi opposti. Per una parte della critica è una fuga: una poesia che si chiude nel proprio linguaggio per non dover dire nulla del proprio tempo, e che il regime tollera proprio perché è illeggibile. Per l'altra è una forma di resistenza passiva: in un paese dove ogni parola pubblica è sorvegliata, sottrarre la lingua alla comunicazione è l'unico modo di non prestarla. Carlo Bo, nel saggio «Letteratura come vita» (1938), sostiene la seconda tesi con un argomento che vale la pena conoscere: la letteratura non è un ornamento dell'esistenza né un suo commento, è un modo di esistere, e non deve niente a chi le chiede di servire. La risposta corretta, all'esame, non sceglie fra le due letture: le espone entrambe e osserva che sono compatibili — la stessa scelta formale può essere insieme una rinuncia e un rifiuto.
Ripasso attivo
Prendi i tre versi di Corazzini citati sopra e la prima strofa di una qualsiasi lirica di d'Annunzio: in dieci righe mostra che il rifiuto crepuscolare non riguarda i temi ma la posizione del soggetto che parla.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Crepuscolari — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Futurismo — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Manifesto tecnico della letteratura futurista — testo integrale (Wikisource)
Le tre stagioni di Ungaretti
La riduzione del verso in Ungaretti
Come lavora l'analogia ungarettiana
Vocabolario
→ Schede«Mattina» (Santa Maria La Longa, 26 gennaio 1917) è composta di due versi: «M'illumino / d'immenso». Conduci l'analisi come la chiederebbe una traccia di Tipologia A, mostrando che cosa resta da dire quando la parafrasi è finita in una riga.
«Mi riempio di luce di fronte a qualcosa di sconfinato»: la parafrasi occupa una riga e non aggiunge nulla. Dichiararlo apertamente è la mossa giusta, perché apre l'analisi vera.
La frattura cade fra il verbo e il suo complemento, cioè nel punto di massima tensione sintattica. Il lettore è costretto a sostare sul soggetto che si illumina prima di sapere di che cosa: la sospensione riproduce l'esperienza descritta.
«M'illumino» è un riflessivo: la luce non arriva da fuori, avviene nel soggetto. «Immenso» è un aggettivo sostantivato senza articolo determinativo, quindi senza referente identificabile — non il cielo, non il mare, ma l'illimitato in quanto tale.
I due versi sommati danno una misura vicina al settenario doppio della tradizione: la riduzione grafica non è un rifiuto della metrica italiana, ne è un uso obliquo. Dirlo evita l'errore di scrivere che qui «non c'è metrica».
Santa Maria La Longa, gennaio 1917: retrovie del fronte isontino, in pieno inverno di guerra. La stessa mano che due settimane prima ha vegliato un morto scrive due parole di luce. Il contrasto non è nel testo, è fra il testo e la sua nota, ed è parte del significato.
La lirica non descrive un'alba: registra il momento in cui un soggetto ridotto al minimo si dilata fino a coincidere con ciò che lo circonda. È il rovesciamento tipico dell'«Allegria» — massima esposizione alla morte, massima affermazione della vita.
Risultato: Da quattro parole si ricava un'analisi completa su cinque piani — sintattico, lessicale, metrico, contestuale, interpretativo —: è esattamente ciò che gli indicatori specifici della Tipologia A premiano, e ciò che una parafrasi da sola non può in nessun caso ottenere.
Errori frequenti
Approfondimento
La revisione continua che Ungaretti impose ai propri testi è un caso di scuola di filologia d'autore, e negli indirizzi umanistici merita di essere guardata da vicino. Fra la stampa del 1916 e la redazione del 1931 molte liriche cambiano titolo, disposizione e persino testo: «Mattina» nasce con un titolo diverso e diventa il distico che tutti conoscono soltanto in un secondo momento, e l'ordinamento complessivo passa da una successione di diario a una architettura in sezioni. Questo significa due cose. La prima è metodologica: quando si cita Ungaretti si cita sempre una redazione, e dire quale è un atto di precisione, non di pedanteria. La seconda è interpretativa: la poetica della parola essenziale non è un dato di partenza ma un risultato ottenuto per successive riduzioni, e l'autore che nel 1931 riordina i propri testi di guerra è già un altro rispetto al soldato che li scrisse. Il termine tecnico è «variantistica»: lo studio delle varianti come documento del lavoro dell'autore su di sé — lo stesso metodo con cui si legge il Petrarca del «Canzoniere» o il Manzoni della «quarantana».
Ripasso attivo
Prendi una lirica dell'«Allegria» di non più di sei versi e riscrivila in un unico periodo con punteggiatura normale e sintassi completa: poi elenca, punto per punto, che cosa è andato perduto. È il modo più rapido per dimostrare che la forma è il significato.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Giuseppe Ungaretti — Dizionario Biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
I tre volumi del Canzoniere
Due modi di uscire da d'Annunzio
Vocabolario
→ SchedeDa «Amai» (1946): «Amai trite parole che non uno / osava. M'incantò la rima fiore / amore, / la più antica difficile del mondo.» Spiega che cosa Saba stia rivendicando e perché la rivendicazione sia polemica.
Non è una descrizione né un ricordo: è una dichiarazione di poetica al passato remoto, cioè un bilancio. Il soggetto dice che cosa ha scelto di amare, e la scelta riguarda le parole.
«Trite» significa consumate dall'uso. Saba non rivendica parole rare o preziose — l'esatto contrario di ciò che il gusto dannunziano e poi quello ermetico premiavano — ma parole che chiunque userebbe e che nessun poeta osava più usare.
Fiore-amore è la rima più abusata della tradizione lirica italiana, da Dante in poi: citarla per nome significa esibire proprio ciò che un poeta del Novecento dovrebbe evitare.
«La più antica difficile del mondo» accosta due aggettivi che di norma si escludono: se una rima è antichissima dovrebbe essere facile. Saba sostiene il contrario — è difficile proprio perché è consumata, e reggerla senza cadere nel già detto richiede un'esattezza maggiore, non minore.
Il testo è del dopoguerra, quando la poesia italiana è passata attraverso il Futurismo e l'Ermetismo. Rivendicare la parola trita in quel momento è prendere posizione contro l'idea che il nuovo si ottenga cercando parole nuove.
Risultato: La strofa è una definizione operativa della «poesia onesta»: la parola giusta non è quella rara, è quella esatta — e la difficoltà, spostata dal lessico alla precisione, diventa il criterio con cui Saba misura il proprio lavoro.
Errori frequenti
Approfondimento
Il rapporto fra Saba e la psicoanalisi è più interessante di quanto la formula scolastica «Saba fu psicanalizzato» lasci intendere, e negli indirizzi umanistici conviene precisarlo. Saba entrò in analisi con Edoardo Weiss intorno al 1929, in una Trieste che era stata la porta d'ingresso di Freud in Italia, e ne uscì con una convinzione che ricorre in tutta la sua opera successiva: la poesia e l'analisi hanno lo stesso oggetto — ciò che il soggetto non riesce a dirsi — ma non lo stesso metodo, perché l'analisi scioglie il nodo e la poesia lo mostra. La differenza rispetto a Svevo, che dell'analisi fece la struttura narrativa e insieme l'oggetto ironico della «Coscienza di Zeno», è netta: in Saba non c'è ironia sul metodo, c'è un uso diretto delle sue categorie — il conflitto infantile, la figura materna sdoppiata fra madre e balia, il padre come assenza che ritorna. Il punto critico, però, è un altro, e va tenuto fermo: leggere il «Canzoniere» come materiale clinico significa rovesciarlo in documento e perdere ciò che lo rende poesia, cioè la forma. La lettura corretta è inversa — si osserva che cosa la forma tradizionale FA di quel materiale, e si scopre che l'endecasillabo è precisamente lo strumento con cui Saba tiene a distanza ciò che racconta.
Ripasso attivo
Scegli una lirica di Saba, misura il metro e le rime, poi elenca a parte tutti i sostantivi concreti che vi compaiono. Confronta le due liste e scrivi cinque righe su ciò che la forma nobile fa alla materia dimessa: è il nucleo di qualunque analisi su questo autore.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Umberto Saba — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il correlativo oggettivo, passo per passo
Le quattro raccolte di Montale
Vocabolario
→ SchedeDa «Ossi di seppia»: «Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l'incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato.» Mostra che i tre elementi elencati non sono immagini decorative ma un correlativo oggettivo, e ricava la definizione che ne segue.
«Ho incontrato» è un verbo di esperienza esterna, non di sentimento: si incontra ciò che sta fuori. La scelta lessicale colloca il male di vivere nel mondo e non nel soggetto, e da sola smentisce la lettura psicologica.
Un corso d'acqua ostruito, una foglia secca che si accartoccia, un cavallo caduto a terra. Nessuno dei tre è metaforico: sono tre cose che si possono vedere, appartenenti a tre regni diversi — l'acqua, il vegetale, l'animale.
In tutti e tre un movimento vitale è impedito o interrotto: l'acqua che non scorre, la foglia che si chiude invece di aprirsi, l'animale che sta a terra invece che in piedi. La serie non elenca esempi, definisce per astrazione progressiva.
L'emozione non viene detta in nessun punto: la si ricava dalla struttura comune ai tre oggetti. Questo è esattamente il correlativo oggettivo — un insieme di fatti esterni che funziona come formula di un'emozione.
Si provi a sostituire i tre oggetti con l'enunciato «la vita è dolorosa»: il contenuto informativo resta, l'effetto sparisce. La differenza fra i due testi è la prova che il lavoro lo fanno gli oggetti.
Risultato: I tre elementi sono un correlativo oggettivo perché condividono una sola struttura — la vita impedita — e la fanno ricavare al lettore senza mai nominarla: il male di vivere è definito da ciò che lo esibisce, e mai dall'aggettivo che lo direbbe.
Il correlativo oggettivo è la nozione su cui si sbaglia più spesso al colloquio. Ricostruiamola dal problema che deve risolvere, non dalla definizione.
Il problema è questo: un poeta del Novecento non può più scrivere «sono disperato». La parola è consumata, e il lettore la registra senza provare nulla. Dire l'emozione la annulla.
La soluzione di Eliot, formulata nel 1919 a proposito dell'«Amleto», è aggirarla. Si cerca un insieme di oggetti, una situazione, una catena di fatti che funzioni come la FORMULA di quella emozione: dati quei fatti, l'emozione si produce da sé nel lettore.
Nel testo compare soltanto la formula. L'emozione di partenza — quella del poeta — resta fuori; l'emozione di arrivo — quella del lettore — si forma dopo la lettura. La pagina contiene solo il mezzo.
Perché funziona: un oggetto non si può contraddire. Se scrivo «sono disperato» il lettore può dubitarne; se descrivo un rivo strozzato che gorgoglia, un lettore non discute il rivo, e l'effetto lo raggiunge senza passare per un giudizio.
Da qui la regola operativa in sede d'analisi: non chiedersi che cosa il poeta provi, ma individuare quale oggetto stia facendo il lavoro e mostrare la traduzione. È l'operazione che gli indicatori specifici della Tipologia A valutano.
Una precisazione di onestà, che vale punti: il TERMINE è di Eliot e alla poesia di Montale è stato applicato dalla critica italiana; Montale stesso ridimensionò il debito. Il procedimento nel suo testo c'è; l'etichetta gli è stata messa addosso da altri.
Errori frequenti
Approfondimento
Vale la pena guardare da vicino la posizione di Montale sul correlativo oggettivo, perché è un caso esemplare di come una categoria critica possa diventare più forte del testo che dovrebbe spiegare. Montale conobbe la poesia inglese e americana per vie oblique e in traduzione, e la sua prima raccolta è del 1925, cioè sei anni dopo il saggio di Eliot ma prima di qualunque diffusione italiana di quel testo. Quando la critica del secondo dopoguerra impose l'etichetta, Montale reagì in modo caratteristico: non la respinse, ma osservò che la somiglianza andava spiegata con una situazione storica comune più che con un'influenza. La conclusione metodologica interessa oltre il caso singolo. Un procedimento poetico può nascere due volte, in due lingue diverse, perché due poeti si trovano davanti allo stesso problema: dire un'emozione senza il vocabolario romantico che la rendeva dicibile. Chiamare questo «influenza» è comodo e quasi sempre impreciso; chiamarlo convergenza è più esatto e obbliga a domandarsi che cosa, nella condizione della poesia europea dopo il 1918, rendesse quel problema comune. È la domanda che una risposta d'esame di livello alto pone, invece di limitarsi a citare la fonte.
Ripasso attivo
Scegli una lirica di Montale che non hai mai commentato, individua in essa un solo oggetto e scrivi due paragrafi: nel primo descrivi l'oggetto come lo descriverebbe un manuale di scienze, nel secondo di' quale emozione il testo gli affida e da quali indizi lo capisci.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Eugenio Montale — Dizionario Biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Correlativo oggettivo — Enciclopedia dell'Italiano (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · The Nobel Prize in Literature 1975 — Eugenio Montale (The Nobel Foundation)
Tre risposte alla stessa domanda
Come si costruisce un confronto
Vocabolario
→ SchedeAl colloquio ti viene mostrata una lirica breve senza firma. Ricostruisci la procedura che porta ad attribuirla a uno dei tre autori, e di' quali indizi sono decisivi e quali no.
Prima cosa: il verso è misurabile? Se le sillabe tornano su endecasillabi o settenari e ci sono rime, l'ipotesi Saba diventa forte e le altre due si indeboliscono subito. Se il verso è irregolare, si passa al punto successivo.
Assenza totale di punteggiatura e versi di una o due parole disposti in colonna: è l'assetto tipico dell'«Allegria». Presenza di punteggiatura normale con verso lungo: si va verso Montale.
Lessico quotidiano e affettivo con nomi di persone, animali, luoghi cittadini: Saba. Lessico misto, con termini tecnici, botanici o dialettali accanto a parole letterarie: Montale. Lessico comune ma isolato e senza contorno: Ungaretti.
C'è un oggetto concreto che regge tutto il testo senza che l'emozione venga mai nominata? È il correlativo oggettivo, e punta decisamente a Montale. L'emozione è invece dichiarata in prima persona? Ungaretti o Saba.
Il tema non decide nulla: tutti e tre scrivono di morte, di città e di memoria. Neppure la brevità decide: Saba ha liriche brevissime e Montale ne ha di lunghe. Gli indizi validi sono metro, punteggiatura, lessico e trattamento dell'io.
Si dichiara l'ipotesi con le ragioni in ordine di forza e si nomina l'indizio che la potrebbe smentire. Un'attribuzione motivata e prudente vale più di una sicura e nuda, perché mostra il metodo.
Risultato: L'attribuzione si regge su quattro indizi formali — metro, punteggiatura, lessico, posizione dell'io — e non sul tema: enunciarli in quest'ordine è la procedura che permette di ragionare su un testo mai visto invece di ricordarne uno noto.
Errori frequenti
Approfondimento
Il confronto fra i tre autori si può rendere più preciso introducendo la nozione critica di «linea» della poesia italiana del Novecento, che è il modo in cui la critica militante organizzò questo materiale. La distinzione ricorrente è fra una linea ANALOGICA e una linea PROSASTICA: la prima procede per accostamento di immagini e riduzione del discorso — vi si collocano Ungaretti e, con il suo linguaggio, il gruppo ermetico; la seconda mantiene la sintassi discorsiva, il racconto e la misura della tradizione, e vi si collocano Saba e più tardi Sereni e Caproni. Montale, ed è la ragione per cui la sua posizione è la più discussa, non appartiene con nettezza a nessuna delle due: usa l'oggetto come la linea analogica, ma non rinuncia alla sintassi né al discorso, e in «Satura» passerà apertamente dall'altra parte. La cautela metodologica è però necessaria, ed è essa stessa un argomento da esame: le «linee» sono strumenti della critica del secondo dopoguerra, costruiti in una situazione polemica precisa e in parte per legittimare la propria poetica. Servono a organizzare la lettura; non descrivono un fatto storico. Usarle citandole come costruzioni critiche, e non come dati, è ciò che distingue una risposta consapevole.
Ripasso attivo
Prendi tre testi brevi, uno per autore, e compila una griglia a tre colonne con le righe metro, lessico, posizione dell'io, oggetto centrale. Poi scrivi in dieci righe la sola cosa che la griglia rende evidente e che non era ovvia prima di compilarla.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Verificato · 08/2026Versione completa tramite il livello di profondità — stesso punto, stesse ancore
Riferimenti e fonti
Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani
Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)
The Nobel Foundation
Vedi anche