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Il Rinascimento inglese non ha lasciato il suo capolavoro in un trattato o in una cappella, ma in un'impresa commerciale: un teatro costruito con denaro privato appena fuori dalla giurisdizione della City e tenuto in vita dai penny di chi stava in piedi nel cortile. È il fatto da cui discende tutto il resto. Un palcoscenico che vive di pubblico pagante deve tenere insieme l'apprendista e il gentiluomo, e nella stessa opera convivono il gioco di parole osceno e il soliloquio filosofico. Recitando sotto licenza della corona, quel teatro non poteva discutere apertamente chi avesse diritto di regnare: le domande sul potere vi entrano per via obliqua, attraverso la storia inglese e la Scozia dell'undicesimo secolo. Non disponendo di attrici, affidò le parti femminili a ragazzi, e da quel vincolo nacque la macchina del travestimento che regge le commedie. Privo di scenografie e aperto alla luce del giorno, dovette costruire i luoghi con le parole, ed è per questo che qui la lingua fa il lavoro che altrove fa la scena. L'argomento percorre il contesto elisabettiano, la macchina del «Globe», i tre generi drammatici, i «Sonnets» e infine i temi con la loro lunga vita postuma; all'Esame di Stato serve nel colloquio, come punto di partenza dei collegamenti, e nella seconda prova del Liceo Linguistico, dove un brano drammatico o un sonetto va analizzato in inglese.
5 sezioni~74 min di lettura3 competenzeVerificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi liceali si richiede di contestualizzare l'età elisabettiana, descrivere la struttura del teatro pubblico e analizzare un testo shakespeariano (brano drammatico o sonetto) cogliendone temi e tecniche essenziali in lingua B2.
livello avanzato
Nel Liceo Linguistico (e nelle classi con maggior monte ore di letteratura) si approfondiscono l'analisi metrica del sonetto, il confronto fra generi e il dialogo intertestuale con la letteratura italiana ed europea (Petrarca, Marlowe, la « world picture » elisabettiana).
Profondità di lettura: Approfondimento
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5 sezioni25 punti chiave0 formule25 errori tipici
Un Rinascimento in ritardo
La Great Chain of Being
Vocabolario
→ SchedeThe examiner asks: « When does the English Renaissance begin, and why so much later than in Italy? » Build an answer of about 100 words in English that survives one follow-up question.
Apri con «roughly 1500 to 1660, with its peak in the Elizabethan age, 1558 to 1603». Una data secca invita subito la domanda successiva, «why that year?», e obbliga a improvvisare; un intervallo con un culmine dichiarato la disinnesca.
L'Inghilterra non ha avuto un proprio Quattrocento e ha attraversato la guerra delle Due Rose fino al 1485. Le idee del Rinascimento entrano quindi dopo, e non per continuità con una tradizione locale ma per importazione.
Cita una traduzione con la sua data: il «Cortegiano» voltato da Hoby nel 1561, o il Plutarco di North del 1579 che Shakespeare userà per «Julius Caesar». Un titolo con un anno vale, in commissione, quanto un paragrafo di generalità.
Il ritardo non è una diminuzione: l'opera maggiore di questo Rinascimento non è il trattato ma il teatro pubblico costruito apposta, che nasce nel 1576 e vive di biglietti. È la parte della risposta che l'esaminatore ricorda.
La replica più probabile riguarda la religione. Tieni pronta una sola frase: la rottura con Roma del 1534 fa di Enrico VIII il capo della Chiesa nazionale e fa dell'inglese la lingua del culto e dell'autorità, dal «Book of Common Prayer» del 1549 alla Bibbia del 1611.
Risultato: La risposta corretta non è un anno ma un intervallo motivato: circa 1500-1660, con culmine elisabettiano, in ritardo perché l'Umanesimo arriva in Inghilterra tradotto e attraverso la corte, e originale perché sfocia in un teatro commerciale. Formulata così, regge alla domanda di approfondimento invece di esaurirsi nella prima frase.
Errori frequenti
Approfondimento
Il quadro dell'ordine si capisce davvero solo guardando le crepe che copriva, e sono crepe documentate. La prima è la successione. Elisabetta non si sposò e non nominò un erede, e proibì che se ne discutesse: il Parlamento la sollecitò invano nel 1563 e nel 1566, l'atto di tradimento del 1571 rese reato affermare che il trono spettasse ad altri, e nel 1593 il deputato Peter Wentworth finì nella Torre, dove morì, per un trattato sull'argomento. È il motivo per cui un dramma su una successione contesa era materia pericolosa e non erudizione: la scena della deposizione di «Richard II» non compare nelle stampe del 1597 e del 1598 e si legge soltanto nell'edizione del 1608, e alla vigilia della rivolta del conte di Essex, nel febbraio 1601, i sostenitori del conte pagarono la compagnia di Shakespeare perché rimettesse in scena proprio quel dramma. La seconda crepa è religiosa: la scomunica del 1570 aveva reso ogni cattolico un possibile traditore, la missione gesuita del 1580 portò all'esecuzione di Edmund Campion nel 1581, e una legge del 1585 rese di per sé reato capitale la presenza in Inghilterra di un sacerdote formato all'estero. La terza è intellettuale. Nel 1576 Thomas Digges appone alla riedizione del «Prognostication everlasting» paterno un trattatello, «A Perfit Description of the Caelestiall Orbes», che è la prima esposizione inglese del sistema copernicano e vi aggiunge di suo un universo infinito, disfacendo la sfera delle stelle fisse; nel 1603 John Florio traduce i «Saggi» di Montaigne, che insegnano a dubitare di ogni certezza acquisita e da cui «The Tempest» prenderà un intero passo; nel 1611 John Donne può scrivere che «new philosophy calls all in doubt». Il candidato che sa esporre questa tensione — un ordine proclamato tanto più solennemente quanto meno reggeva — dispone della chiave con cui si legge tutto il teatro del potere, da «Richard III» a «King Lear».
Ripasso attivo
Scrivi in inglese, in circa 120 parole, un paragrafo che spieghi perché nel teatro elisabettiano un regicidio non è soltanto un delitto politico. Devi usare correttamente tre termini inglesi — Great Chain of Being, degree, correspondences — e devi ancorare l'affermazione a un fatto testuale invece che a una formula generale: per esempio i prodigi naturali che in «Macbeth» accompagnano l'uccisione di Duncan. Sottoponi poi il paragrafo a due controlli: che non vi compaia la parola «superstition», e che il legame fra il piano cosmico e quello politico sia detto con un verbo esplicito e non lasciato intendere.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Rinascimento — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Elisabetta I regina d'Inghilterra — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
L'anatomia del playhouse
Dalla condizione materiale alla convenzione
Vocabolario
→ SchedeIn « Macbeth » II.i the hero is alone on stage and asks: « Is this a dagger which I see before me...? » — a dagger no one else can see. Name the technique and explain in English why the Globe made it not merely possible but necessary.
Il personaggio è solo in scena e rende udibile il proprio pensiero: si tratta di un «soliloquy». Il termine va detto in inglese e non sostituito con «monologue», che presuppone altri personaggi in ascolto.
Pomeriggio, cielo aperto, piattaforma dentro il cortile: Macbeth parla a un pubblico che lo vede e che lui vede, a pochi passi di distanza. Il soliloquio non è dunque un pensiero sorpreso di nascosto, ma un'apertura dichiarata verso la sala.
Nessun mezzo tecnico poteva far comparire un pugnale sospeso a mezz'aria in piena luce del giorno. L'allucinazione può quindi esistere soltanto nelle parole che la descrivono e nel gesto dell'attore che tenta invano di afferrarla.
Il verso è costretto a fare insieme il lavoro della scenografia e quello dell'effetto speciale: nomina l'oggetto, ne segue lo spostamento, ne registra la consistenza e infine mette in dubbio la mente che lo vede. La minuzia della descrizione non è ornamento, è necessità.
«This is a soliloquy. On the open-air stage of the Globe the actor spoke in daylight to a visible audience only a few feet away, and no scenery or lighting could produce a floating dagger: the vision exists only in the verse, which is why the speech describes it in such detail.»
Risultato: La tecnica è il «soliloquy», ma la risposta completa non si ferma alla definizione: mostra che il palco elisabettiano, privo di illusione scenica e immerso nel proprio pubblico, obbligava il testo a produrre da solo ciò che oggi affideremmo alle luci e alla scenografia. Chi lo riconosce sa poi leggere qualunque scena in cui un personaggio vede ciò che gli altri non vedono.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento decisivo riguarda la seconda casa delle compagnie, perché spiega un cambiamento di stile. Accanto ai «public playhouses» scoperti esistevano infatti i «private theatres», sale coperte e illuminate a candela: la principale fu il secondo «Blackfriars», che James Burbage comprò nel 1596 per seicento sterline e che l'opposizione del vicinato gli impedì di usare, tanto che venne affittato a una compagnia di ragazzi. Nel 1608 i «King's Men» lo recuperarono e dal 1609 alternarono le stagioni: d'inverno al chiuso, d'estate al «Globe». Il «Blackfriars» conteneva meno di mille spettatori e il biglietto partiva da sei pence contro il penny del cortile, e nondimeno rendeva circa il doppio del «Globe»; da lì vengono l'intervallo fra gli atti riempito di musica, gli effetti più raffinati e il tono delle ultime opere, «The Winter's Tale» e «The Tempest». Le compagnie di ragazzi non furono del resto un dettaglio: la loro concorrenza è ricordata dentro «Hamlet», dove i comici in viaggio si lamentano della moda per quei «little eyases», e alimentò la cosiddetta guerra dei teatri fra il 1599 e il 1601. Sull'edificio pesava intanto una duplice pressione: la censura del «Master of the Revels», senza la cui licenza nessun copione poteva essere recitato, e l'ostilità dei Puritani, che consideravano i teatri immorali, sospetti di contagio e sottrattori di ore lavorative, e la cui vittoria politica portò alla chiusura del 1642. Tre documenti sostengono infine tutto ciò che sappiamo, e conviene saperli nominare: il contratto del «Fortune» del 1600 per le misure, il diario contabile di Philip Henslowe per il repertorio e i costi, il disegno dello «Swan» di Johannes de Witt per l'interno. A essi si è aggiunta l'archeologia: nel 1989 gli scavi di Southwark riportarono alla luce le fondazioni del «Rose» e una porzione di quelle del «Globe», e da allora le ricostruzioni non poggiano più sui soli documenti scritti.
Ripasso attivo
Prendi un soliloquio shakespeariano che hai studiato e lavora su venti versi soltanto. Segna ogni punto in cui il testo dichiara un dato che oggi affideremmo alla scenografia, alle luci o al suono: l'ora, il luogo, il tempo atmosferico, la presenza di un oggetto che non si vede. Contali. Scrivi poi in inglese, in 80-100 parole, un paragrafo che spieghi perché quel numero è alto, collegando ciascun elemento a un tratto del playhouse (luce naturale, assenza di fondali, pubblico su tre lati). Controlla infine due cose: che il paragrafo contenga almeno un termine tecnico inglese usato correttamente, e che non contenga alcuna parafrasi della trama.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
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Fonti: Shakespeare's works — testi integrali delle edizioni Folger (Folger Shakespeare Library) · Dramma — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il verso di default e le sue deviazioni
Il testo di Shakespeare è una ricostruzione
Vocabolario
→ SchedeIn Macbeth 2.2 the exchange after the murder is set out as a shared verse line; in 5.1 Lady Macbeth speaks prose. Identify each choice with its technical name and explain what each one does.
Il primo è lo scambio che segue il regicidio: « I have done the deed. Didst thou not hear a noise? », a cui Lady Macbeth risponde « I heard the owl scream and the crickets cry. Did not you speak? », e poi « When? », « Now. », « As I descended? », « Ay. ». Il secondo è la scena del sonnambulismo, dove la stessa donna dice « Out, damned spot, out, I say! ».
« Did not you speak? » vale quattro sillabe, « When? » una, « Now. » una, « As I descended? » cinque: in tutto undici, cioè un pentametro con uscita atona. Quattro battute, un verso solo. Le edizioni moderne lo rendono visibile rientrando ogni replica successiva, così che le battute salgano a scalino lungo la stessa riga.
Il fenomeno si chiama « shared line » (o « split line »). Non è un elenco di frasi brevi: è un verso intero che due voci si dividono, e proprio perché il verso non si interrompe la successione delle battute risulta immediata, senza la pausa che separerebbe due versi distinti.
Lady Macbeth parla in versi in ogni altra scena della tragedia, compresa l'invocazione agli spiriti del primo atto. Nel sonnambulismo passa alla prosa, e con lei vi parlano il medico e la dama che la osservano. Il rango non è cambiato: la mente sì, e il registro lo dichiara prima di qualunque contenuto.
Sul palco del Globe non c'era buio in sala né musica a segnalare i passaggi. Il cambio di misura era l'unico effetto disponibile, e arrivava all'orecchio di tremila persone in un istante: il verso spezzato fa correre lo scambio, la prosa toglie di colpo alla regina la forma che aveva sempre avuto.
L'operatore chiede la funzione, non l'etichetta. Si scrive che il verso condiviso comprime il tempo drammatico nel momento in cui i due assassini hanno più paura, e che il passaggio alla prosa segnala una disgregazione che nessun personaggio nomina: il pubblico la sente nel ritmo prima di sentirla nelle parole.
Risultato: Le due scelte hanno nomi tecnici precisi e funzioni opposte. Il « shared line » di II, 2 è un unico pentametro diviso fra quattro repliche e serve a togliere ogni pausa allo scambio, portando sulla scena la fretta della paura; il passaggio alla prosa in V, 1 è l'unico della parte di Lady Macbeth e misura una perdita di ragione che il testo non enuncia mai. La conclusione da scrivere è che in Shakespeare la deviazione dal registro base non accompagna il significato: lo produce.
Errori frequenti
Approfondimento
Tre questioni portano il discorso al livello dell'indagine testuale. La prima riguarda la proprietà del testo: il copione apparteneva alla compagnia, non all'autore, e nessuna legge assegnava a Shakespeare un diritto sulla stampa; i «quartos» uscivano per iniziativa di stampatori e librai, e per un secolo la filologia ha diviso quelle edizioni in «good» e «bad quartos», attribuendo le seconde alla ricostruzione a memoria di un attore. Oggi quella dicotomia, formulata da Alfred W. Pollard all'inizio del Novecento, è largamente abbandonata: le versioni brevi si spiegano meglio come adattamenti per la tournée o come stati anteriori del testo, e la conseguenza per lo studente è che un testo «cattivo» non esiste, esiste un testo diverso. La seconda riguarda il «First Folio»: senza quel volume mancherebbero, fra le altre, «Macbeth», «The Tempest», «Twelfth Night», «Julius Caesar», «As You Like It» e «Antony and Cleopatra», perché diciotto dei trentasei drammi vi compaiono a stampa per la prima volta. Fu Ben Jonson a firmarne la poesia liminare, quella che chiama Shakespeare «not of an age, but for all time» e che gli attribuisce «small Latin, and less Greek»; nello stesso testo cade la formula «Marlowe's mighty line», con cui Jonson riconosce al rivale morto nel 1593 la potenza sonora del verso che Shakespeare avrebbe ereditato. La terza riguarda la collaborazione, che il mito dell'autore solitario nasconde: la scrittura teatrale elisabettiana era normalmente a più mani, e gli studi di attribuzione assegnano oggi parti di «Timon of Athens» e alcune scene del «Macbeth» a Thomas Middleton, «Henry VIII» e «The Two Noble Kinsmen» a una collaborazione con John Fletcher, l'apertura del «Pericles» a George Wilkins. Riconoscerlo non diminuisce nulla: colloca l'opera nel mestiere che l'ha prodotta, che è esattamente il punto da cui questa sezione parte.
Ripasso attivo
Take one scene from a Shakespeare play you have studied and audit its register line by line. First mark every switch: verse to prose, prose to verse, any rhymed couplet, any pentameter shared between two speakers. For each switch write one sentence in English naming who speaks, what changes, and what the change does for an audience standing in daylight a metre from the stage. Then choose the single most telling switch and defend it in four sentences: quote no more than eight words, use the technical terms (blank verse, prose, shared line, rhyming couplet, soliloquy, aside), and close by saying what the scene would lose if the whole of it were written in one register.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
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Fonti: Shakespeare's Works — l'elenco completo delle opere per genere (Folger Shakespeare Library) · Macbeth — testo integrale annotato (Folger Shakespeare) (Folger Shakespeare Library) · Tragedia — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani)
I centocinquantaquattro sonetti sono una sequenza
Che cosa deve fare il distico
Vocabolario
→ SchedeScan Shakespeare's Sonnet 73 and show how the three quatrains and the final couplet distribute the argument. State where the turn falls and prove it from the text.
Il sonetto si apre con « That time of year thou mayst in me behold / When yellow leaves, or none, or few, do hang / Upon those boughs which shake against the cold, / Bare ruin'd choirs, where late the sweet birds sang », e si chiude con « This thou perceiv'st, which makes thy love more strong, / To love that well, which thou must leave ere long ». Lo schema è ABAB CDCD EFEF GG: behold e cold, hang e sang, e così via.
That-time-of-year-thou-mayst-in-me-be-hold: dieci sillabe. Le posizioni forti sono le pari, cioè la seconda, la quarta, la sesta, l'ottava e la decima: that TIME of YEAR thou MAYST in ME beHOLD. Cinque coppie di sillaba debole e sillaba forte, dunque cinque giambi. Si noti che « me », parola di per sé atona, riceve l'accento dalla posizione: è il metro a promuoverla, e questa promozione è ciò che rende insistente il pronome.
« Bare ruin'd choirs, where late the sweet birds sang » conta anch'esso dieci sillabe, purché « ruin'd » si legga in due, ru-in'd. Le posizioni forti restano le pari: ru, choirs, late, sweet, sang. Ma « Bare » in prima posizione porta un accento proprio, e nella chiusa tre parole di seguito ne reclamano uno. Il verso è metricamente regolare e ritmicamente pesante, ed è nel divario fra le due cose che sta l'effetto.
La prima quartina dà l'immagine di una stagione, l'autunno. La seconda ricomincia da capo, « In me thou see'st the twilight of such day », con l'immagine di un giorno che finisce. La terza ricomincia ancora, « In me thou see'st the glowing of such fire », con la brace che si consuma di ciò che l'aveva alimentata. Non è una progressione logica: è la stessa cosa detta tre volte su scale di tempo sempre più brevi, l'anno, il giorno, i minuti. Solo una forma le cui quartine chiudono le proprie rime consente questa ripresa.
Al verso 9 non c'è alcuna avversativa: la terza quartina attacca come la seconda, con la stessa formula. La cerniera cade dunque al verso 13, e ciò che cambia non è l'argomento ma l'interlocutore: « This thou perceiv'st » sposta il soggetto dal poeta che declina al giovane che osserva. Questa è la prova testuale da citare, e va citata così, indicando il verso.
Fa una cosa sola, ma decisiva: trae una conseguenza, cioè che vedere quella fine rende più forte l'amore. Non argomenta e non risolve, perché due versi non lo consentono, e infatti resta ambiguo che cosa sia « that well » che si deve amare, se il poeta o la giovinezza dello stesso interlocutore. L'ambiguità non è un difetto: è ciò che la forma può permettersi solo all'ultimo verso.
Risultato: Il « Sonnet 73 » è in pentametri giambici regolari, tre quartine a rime chiuse e un distico. Le quartine non sviluppano un ragionamento ma lo riaprono tre volte con immagini di durata decrescente, e la cerniera non cade al verso 9, come nel modello petrarchesco, bensì al 13, dove muta il destinatario e non la tesi. Il distico enuncia una conseguenza e la lascia ambigua. È la dimostrazione, su un testo solo, che nel sonetto inglese la forma non accompagna l'argomento: lo distribuisce, e decide quanto spazio resta per chiuderlo.
Le due forme hanno lo stesso numero di versi, quattordici, e quasi lo stesso metro. La differenza non sta nelle lettere dello schema rimico: sta in un punto solo, cioè dove cade la cerniera e quanto spazio resta dopo di essa.
Cominciamo dal modello italiano. Il sonetto petrarchesco si divide in due parti, otto versi e sei: due quartine che espongono il caso, due terzine che rispondono. La cerniera è una sola, cade al verso 9, e chi risponde dispone di sei versi per farlo.
Dove cade la cerniera
Le rime lo confermano. L'ottava usa due soli suoni, ABBAABBA, e li ripete quattro volte ciascuno: un blocco compatto, tenuto insieme dal ritorno degli stessi suoni. Il lettore sente che l'ottava è una cosa sola perché la sente rimare con se stessa.
Passiamo alla forma inglese. Qui i blocchi sono quattro: tre quartine e un distico. Ogni quartina chiude le proprie rime, ABAB, poi CDCD, poi EFEF, e nessun suono passa da un blocco al successivo. Quello che sembra un dettaglio tecnico è invece l'intera differenza.
Perché una quartina che chiude in proprio non è tenuta a continuare la precedente: può ricominciare. Nel « Sonnet 73 » succede esattamente questo. La prima quartina dice un anno che finisce, la seconda ricomincia con un giorno che finisce, la terza ricomincia con un fuoco che si spegne. Tre riprese, non tre gradini.
Ecco il primo guadagno della forma inglese: dove il petrarchesco offre una dimostrazione distesa, l'inglese offre tre tentativi. E il tempo, in queste tre immagini, si accorcia ogni volta, così che l'urgenza cresce senza che una sola parola la dichiari.
Ma tutto si paga sul distico. Due versi devono portare a terra ciò che dodici hanno costruito, mentre la sestina italiana ne aveva sei. Ciò che il distico può fare è preciso: cambiare interlocutore, enunciare una conseguenza, chiudere con una formula che vive anche staccata dal testo.
E ciò che non può fare è altrettanto preciso: non può argomentare. Due versi non contengono una controprova, quindi il distico afferma. Se le quartine hanno preparato il terreno l'affermazione suona inevitabile; se non l'hanno preparato resta uno slogan, ed è la vecchia obiezione della critica a certi finali shakespeariani. All'esame, perciò, non si dichiara mai che la volta sta nel distico: si cerca la parola che segnala il cambiamento, si indica il verso, e si dice che cosa quel cambiamento fa.
Errori frequenti
Approfondimento
Quattro approfondimenti portano la lettura al livello dell'indagine critica. Il primo riguarda le irregolarità formali della raccolta, che sono la prova migliore contro l'idea di uno schema meccanico: il sonetto 126, che chiude il gruppo del giovane, non è un sonetto ma una serie di sei distici, dodici versi in tutto; il 99 ne ha quindici; il 145 è scritto in tetrametri e non in pentametri. Una forma tanto governata si permette eccezioni proprio nei punti di snodo, e citarne una nel commento dimostra una lettura di prima mano. Il secondo riguarda l'immagine su cui poggia la prima sezione, l'«eternizing conceit»: l'idea che il verso conservi ciò che il tempo distrugge, formulata nel distico del «Sonnet 18», «So long as men can breathe, or eyes can see, / So long lives this, and this gives life to thee». Il termine tecnico è «conceit», ed è un falso amico: non il «concetto» comune, ma l'immagine ingegnosa portata avanti per l'intero componimento. Il terzo riguarda l'ambiguità come risorsa. William Empson, in «Seven Types of Ambiguity» (1930), scelse il verso 4 del «Sonnet 73», «Bare ruin'd choirs, where late the sweet birds sang», come esempio di significati che coesistono senza escludersi: i rami spogli, i cori delle chiese abbandonate dopo la soppressione dei monasteri, i banchi in cui i cantori non cantano più. Il quarto riguarda le varianti della forma: accanto allo schema shakespeariano esiste quello spenseriano, «ABAB BCBC CDCD EE», che incatena le quartine ripetendo una rima da una all'altra e riduce il numero di suoni richiesti, ed è la prova che la scelta delle rime è una scelta di architettura argomentativa. Va infine ricordata la trappola più costosa: la dedica premessa al volume del 1609, firmata dall'editore e rivolta a un «Mr. W.H.», ha generato quattro secoli di identificazioni del giovane e della «Dark Lady». Non esiste alcuna prova, e all'esame la biografia congetturale toglie spazio all'analisi del testo, che è ciò che viene valutato.
Ripasso attivo
Take Sonnet 18 and Sonnet 73 side by side and prove, rather than assert, where each one turns. For each sonnet: number the lines, write out the rhyme scheme letter by letter, and scan line 1 and line 14, stating how many syllables and how many stressed positions you found. Then find the hinge. Quote the single word or phrase that marks it (a conjunction, a change of tense, a change of addressee), give its line number, and say in one sentence what the argument was doing before it and what it does after. Finish with a paragraph of about 120 words in English answering the only question that separates the two poems: in each sonnet, what does the couplet actually do that the three quatrains could not, and what does it fail to do?
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
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Fonti: Shakespeare's Sonnets — testo integrale dei 154 sonetti (Project Gutenberg) · Sonetto — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Glossary of Poetic Terms (Academy of American Poets (poets.org))
Dalle condizioni della scena ai temi leggibili
Quando i testi sono stati ritagliati e rimessi in scena
Vocabolario
→ SchedeTurn the sentence «Shakespeare writes about power» into a claim you could defend at the oral exam, working from «Macbeth».
«Il potere» non è una tesi, è un'etichetta. Si riscrive come proposizione con un soggetto, un verbo e un esito: in «Macbeth» il potere conquistato infrangendo l'ordine legittimo distrugge chi lo conquista. Ora la frase si può contestare, e quindi si può dimostrare.
Servono poche parole citate, non una parafrasi. Macbeth stesso, prima del delitto, non trova altro sprone che «vaulting ambition, which o'erleaps itself»; alla fine riconosce di essere stato ingannato dai «juggling fiends». Le due citazioni bastano perché la tesi non resti un'opinione.
La domanda sulla legittimità non era neutra. La compagnia recitava sotto patrocinio nobiliare e sotto licenza del «Master of the Revels»; «Macbeth» nasce sotto Giacomo I, che faceva risalire la propria dinastia a Banquo, e arriva in scena poco dopo la congiura delle polveri del novembre 1605 e il processo al gesuita Henry Garnet, accusato di aver difeso la liceità dell'equivoco. Non per caso il Portiere immagina all'inferno «an equivocator», e Macbeth finirà maledicendo chi «palter with us in a double sense». Il tema riceve così una data.
Il controllo si fa guardando che cosa le riscritture cambiano. Il «Macbeth» che la Restaurazione rimise in scena vi aggiunse musica e streghe spettacolari, mentre «Il trono di sangue» di Kurosawa (1957) toglie quasi del tutto il soliloquio e lascia la meccanica dell'usurpazione. Se la tesi regge in entrambe le riletture, è una tesi sul testo e non sul gusto di un'epoca.
Si comprime tutto in due o tre frasi con il lessico critico esatto: «In Macbeth, power seized outside legitimate order destroys the man who seizes it. The play makes this visible through soliloquy: Macbeth admits he has nothing to spur him but 'vaulting ambition', and at the end he blames the 'juggling fiends'. The question was not abstract in 1606: the company played under licence, and the play reached the stage months after the Gunpowder Plot, for a king who traced his own line back to Banquo.»
Risultato: La tesi finale — il potere illegittimo distrugge chi lo esercita, e il testo lo dimostra attraverso il soliloquio davanti a un pubblico che viveva sotto censura — è una risposta d'esame perché ciascuno dei suoi tre elementi è verificabile: la proposizione si può contestare, la citazione si può controllare, la condizione storica si può datare. È esattamente ciò che distingue un tema esposto da un tema argomentato.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento serio di questa sezione riguarda i documenti, perché è dai documenti che i temi ricevono una data. Sul versante della censura, il sistema aveva due livelli: la rappresentazione era autorizzata dal «Master of the Revels», che leggeva e correggeva il copione prima della prima recita, mentre la stampa dipendeva dalle autorità ecclesiastiche e dalla Stationers' Company. Il documento più eloquente è il manoscritto del «Sir Thomas More» (British Library, Harley 7368), dove l'intervento di Edmund Tilney impone di eliminare la rivolta contro gli stranieri e di ridurla a una menzione, minacciando altrimenti di rispondere del proprio operato: un testo che mostra la censura al lavoro riga per riga, e per giunta l'unico manoscritto teatrale in cui la critica riconosca a maggioranza una porzione autografa di Shakespeare. Nel 1606 un atto del parlamento vietò l'uso profano in scena dei nomi divini, e l'effetto è visibile confrontando i quarti anteriori con le lezioni del Folio, dove numerosi giuramenti risultano attenuati o soppressi. Sul versante testuale, la nozione stessa di originale va smontata: la vecchia etichetta di «bad quarto» applicata al primo «Hamlet» del 1603 è oggi discussa, perché quel testo conserva probabilmente una redazione teatrale abbreviata e non soltanto la memoria difettosa di un attore; e le due versioni di «King Lear», il quarto del 1608 e il Folio del 1623, divergono per centinaia di versi e per l'assegnazione di intere battute, al punto che edizioni come l'Oxford Shakespeare e la New Cambridge le pubblicano come due testi distinti e non come due opere. Sul versante della fortuna, la catena delle riscritture comincia subito dopo la riapertura dei teatri, con «The Tempest, or The Enchanted Island» di William Davenant e John Dryden (1667) e con il «Macbeth» musicato di Davenant, prosegue con il «King Lear» di Nahum Tate (1681) e si chiude soltanto nell'Ottocento, dopo che Edmund Kean nel 1823 ebbe tentato di riportare in scena il finale tragico e Macready nel 1838 ebbe restituito il testo con il Fool; nel Novecento la riscrittura cambia direzione e diventa lettura critica: George Lamming in «The Pleasures of Exile» (1960) e Aimé Césaire in «Une tempête» (1969) leggono Caliban come il colonizzato che apprende la lingua del padrone e la usa per maledirlo, e su questa linea si muove buona parte della critica postcoloniale. Va infine maneggiata con prudenza la statistica lessicale: il numero di parole «coniate» da Shakespeare che circola nei manuali dipende dal metodo della prima attestazione adottato dai dizionari storici, che hanno spogliato le sue opere prima e più sistematicamente di quelle dei contemporanei, e ogni nuova campagna di spoglio riduce quel numero. Dire che Shakespeare ha arricchito la lingua è corretto; dire che ha inventato duemila parole è un'eco editoriale, non una misura.
Ripasso attivo
Take one comedy and one tragedy — for example «Twelfth Night» and «Othello» — and write about 180 words in English on ONE theme they share. Do not summarise either plot. First state the theme as a claim someone could disagree with; then quote three or four words from each play as your evidence; then name ONE material condition of the Elizabethan stage that makes the theme legible (boys in the female parts, the licensed script, the bare daylit platform). Close with a single sentence on a later staging, film or rewriting of one of the two plays, saying precisely what it changed.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
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Fonti: Shakespeare's Works — testi integrali e apparati della Folger Shakespeare Library (Folger Shakespeare Library) · The Tempest — testo integrale con note (Folger Shakespeare) (Folger Shakespeare Library) · Tragedia — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani)
Verificato · 07/2026Versione completa tramite il livello di profondità — stesso punto, stesse ancore
Riferimenti e fonti
Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani
Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)
Folger Shakespeare Library
Project Gutenberg
Academy of American Poets (poets.org)
Vedi anche