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IT · Maturità

Cultura e civiltà dei paesi anglofoni (storia, società, attualità)

Ogni istituzione del mondo anglofono è una controversia che ha vinto e che conserva la forma del conflitto da cui è nata: il common law nasce da una conquista del 1066 e da una procedura, non da un codice; «Commonwealth» è una parola repubblicana del periodo di Cromwell prima di diventare, negli anni Venti del Novecento, il nome di un'associazione volontaria di 56 Stati; il welfare state prende nome in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale e in italiano si traduce con due parole di segno opposto. Questo argomento ricostruisce quelle storie con le date che si possono citare, e insegna il mestiere che l'esame chiede davvero: leggere un documento autentico in lingua sapendo distinguere ciò che riferisce da ciò che sostiene, e costruire collegamenti interdisciplinari che reggano a una domanda di seguito.

4 sezioni·~84 min di lettura·4 competenze·Verificato · 07/2026

T·161616 / 16
Profilo d’esame
Comprendere e analizzare un documento autentico in lingua distinguendo il fatto riportato, l'affermazione attribuita e la valutazione dell'autore, e nominando le parole che portano il giudizioRicostruire l'origine storica delle istituzioni anglofone — common law, Parlamento, monarchia costituzionale, Commonwealth, Stato sociale — con date e fonti verificabiliConfrontare la realtà anglofona con quella italiana ed europea sul piano della cittadinanza, dei diritti e dell'appartenenza, riconoscendo dove la traduzione di un concetto ne cambia il valoreCostruire collegamenti interdisciplinari (storia, educazione civica, filosofia, scienze) e argomentarli in lingua inglese al livello B2 del QCER, anche in prospettiva CLIL
Operatori:analizzaspiegadescriviconfrontaillustrainterpretacommentaclassifica

livello base

In tutti gli indirizzi liceali si richiede di comprendere e riferire i nuclei storico-istituzionali e i temi di attualità fondamentali del mondo anglofono, sostenendo un confronto interculturale essenziale a livello B2.

livello avanzato

Nel Liceo Linguistico (e negli indirizzi che potenziano la lingua) si chiede una maggiore autonomia nell'analisi di documenti autentici complessi, un confronto interculturale più articolato e collegamenti interdisciplinari più ricchi, con un'esposizione vicina al B2+/C1.

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

Testo

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Contenuti · 4 sezioni▾
  1. Cultura e civiltà dei paesi anglofoni (storia, società, attualità)
    • 01Storia e istituzioni dei paesi anglofoni◐
    • 02Società e questioni di attualità◐
    • 03Dimensione interculturale e cittadinanza globale●
    • 04Analisi di documenti autentici e collegamenti interdisciplinari●

4 sezioni · 20 punti chiave · 0 formule · 20 errori tipici

§ 01
§ 01

Storia e istituzioni dei paesi anglofoni#

~20 min di lettura●●○StandardINOSA-inglese-cultura-civilta-anglofona — Istituzioni e storia: UK, USA, Commonwealth, sistema politico, monarchia, federalismo

Punti chiave

Ogni istituzione nominata in questa sezione è una controversia che ha vinto, e ne conserva la forma. Il Commonwealth porta nel nome una parola repubblicana inglese; il common law nasce come un modo di amministrare la giustizia, non come un codice; il Parlamento comincia come un'assemblea che assiste il re e non come un organo eletto; la monarchia costituzionale è, nella definizione della fonte, «rappresentanza senza elezione». Chi impara queste istituzioni come un elenco di caselle — capo dello Stato, capo del governo, camera alta, camera bassa — sa ripetere una tabella e non sa rispondere a una sola domanda d'esame. Chi le impara come esiti di un conflitto sa dire quando sono nate, quale problema hanno risolto e che cosa ancora non possono fare: sono le tre cose che un esaminatore può verificare.
Conviene cominciare dal nome, perché il nome è già un argomento. Nel linguaggio politico inglese «commonwealth» indica «la comunità organizzata dei cittadini, la società politica»; ufficialmente, annota Treccani, «il termine fu adottato nel periodo cromwelliano (1649-60) ed equivalse a "Repubblica"», e «dal 1688 accompagna la formulazione teorica dei rapporti fra sovrano, Parlamento e paese». La parola che oggi designa un'associazione di Stati indipendenti nasce dunque come parola repubblicana, e passa poi a nominare l'equilibrio fra corona, Parlamento e paese. Soltanto «a partire dagli anni 1920» la denominazione «British Commonwealth of Nations» viene usata per il «gruppo di nazioni dotate di autogoverno» nell'ambito dell'impero britannico. Chi dice che il Commonwealth «è l'impero» ignora che la parola era già in uso, con tutt'altro senso, quasi tre secoli prima.
Il passaggio dall'impero all'associazione ha tre atti datati, e nessuno è una rivoluzione: sono documenti. Primo atto, il 1926: secondo la relazione Balfour alla Conferenza imperiale i dominions sono «comunità autonome nell'ambito dell'Impero britannico, in nessun modo subordinate l'una all'altra», unite da un vincolo di fedeltà alla Corona: una definizione che concede l'uguaglianza e trattiene il legame. Secondo atto, il 1931: lo Statuto di Westminster riconosce «la piena autonomia legislativa dei dominions rispetto alla Gran Bretagna» e segna «l'atto formale di nascita» dell'organizzazione. Terzo atto, il 1947: l'India ottiene lo status di dominion «spezzando così per la prima volta il carattere esclusivamente "bianco" del Commonwealth», e cadono insieme l'aggettivo British dal nome e la parola dominion, sostituita da «member of the Commonwealth». La Fig. 1 dispone le tre date sull'asse.

Tre date fra l'Impero e l'associazione

Che cosa cambia, e quando, nel CommonwealthLinea del tempo da 1920 a 2030, 1926: Relazione Balfour, 1947: India: non più British, 2022: 56 Stati membri, 1920–1947: British Commonwealth, 1947–2022: Commonwealth of Nations19202030BritishCommonwealthCommonwealth ofNations1926RelazioneBalfour1947India: non piùBritish202256 Stati membri
Fig. 1Le soglie che trasformano un impero in un'associazione sono documenti, non rivoluzioni, e stanno tutte in un secolo. Nel 1926 la relazione Balfour alla Conferenza imperiale definisce i dominions «comunità autonome nell'ambito dell'Impero britannico, in nessun modo subordinate l'una all'altra». Nel 1947 l'India ottiene lo status di dominion «spezzando così per la prima volta il carattere esclusivamente "bianco" del Commonwealth»: è la tacca marcata, e le due fasce inferiori registrano ciò che accade contemporaneamente al nome, perché da quell'anno cade l'aggettivo British e la denominazione usata «a partire dagli anni 1920» resta Commonwealth of Nations, mentre il termine dominion è sostituito da «member of the Commonwealth». Al 2022, dopo l'ingresso in giugno di Togo e Gabon, i membri sono 56, e soltanto 16 di essi, oltre alla Gran Bretagna, riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato. Due date restano fuori dall'asse perché troppo vicine alle altre e vanno lette qui: lo Statuto di Westminster del 1931, «l'atto formale di nascita» dell'organizzazione, e il segretariato del 1965, che non ne ha modificato «la natura puramente consultiva». Nel 2003 lo Zimbabwe si è ritirato dopo la sospensione «per mancato rispetto dei diritti umani».
Fig. 1 ↓
Che l'adesione sia volontaria non è una formula di cortesia: la fonte lo documenta due volte. Furono «l'uscita dell'Irlanda dall'organizzazione e la mancata adesione da parte della Birmania» a sancirne «la natura puramente volontaria», e nemmeno il segretariato del 1965 «ha modificato la natura puramente consultiva dell'organizzazione». Da qui la misura del presente, che vale più di qualunque aggettivo: al 2022, con l'ingresso in giugno di Togo e Gabon, i membri sono 56; di essi soltanto 16, oltre alla Gran Bretagna, riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato; gli unici membri che non furono mai colonie britanniche sono il Mozambico, il Ruanda (2009) e il Gabon (2022); e lo Zimbabwe si è ritirato nel 2003, dopo essere stato sospeso «per mancato rispetto dei diritti umani». Un'organizzazione da cui si può uscire, e in cui si entra senza esserne mai stati colonia, non è un impero con un altro nome.
L'impero che quell'associazione ha sostituito sono in realtà due imperi, non uno: la spinta iniziale venne «dalle grandi scoperte e dalle esplorazioni geografiche del 15° e 16° secolo», nel Seicento nacquero le prime colonie stabili, e nel 1783, con la guerra d'indipendenza americana, «crollò il primo impero coloniale inglese» — dopo di che l'intatta preponderanza marittima permise le occupazioni che disegnarono l'impero ottocentesco. Anche la sua fine è meno lineare di come la si racconta: «la decolonizzazione trasse il primo avvio dallo svolgimento stesso della colonizzazione», perché lo sviluppo economico intrapreso dai governi coloniali, «anche se diretto all'interesse metropolitano», formò «élite culturalmente evolute che divennero l'elemento propulsore delle rivendicazioni politiche». Il suo snodo anglofono è il 1947: «l'India cessò di essere britannica nel 1947 con la nascita (15 agosto) dell'Unione Indiana a prevalenza indù, e del Pakistan, a prevalenza musulmana».
La seconda istituzione è il common law, e su di essa l'errore d'esame è quasi universale. Non è un corpo di regole non scritte: è un modo di amministrare la giustizia, e la sua storia è una storia di procedura. Il sistema si sviluppa «in Inghilterra a partire dal 1066, quando Guglielmo I sconfisse nella battaglia di Hastings gli Anglosassoni»; il suo motore è la curia regis, «un nucleo di giudici-giuristi che avevano la loro sede principale nelle tre Corti centrali di Westminster, ma che venivano spesso inviati nelle province ad amministrare la giustizia in nome del re». Da quel movimento — giudici del re che percorrono il regno — nasce «un diritto unitario», che raccoglie «il complesso di consuetudini dei popoli germanici e il diritto feudale»; le consuetudini anglosassoni non furono mai abrogate, semplicemente cedettero il passo. La Fig. 2 dispone gli strati nell'ordine in cui si sono depositati.

Il common law, strato per strato

Come si è formato un diritto unitariocolonna stratificata, 4 strati, Dati: L'equity (Court of Chancery), Il diritto romano per le lacune, La curia regis, corti di Westminster, Consuetudini germaniche e feudaliIl più antico in bassoL'equity (Court of Chancery)16° sec.Il diritto romano per le lacuneLa curia regis, corti di WestminsterConsuetudini germaniche e feudalidal 1066
Fig. 2Il common law non nasce da un codice ma da una procedura, e conviene leggerlo dal basso come un profilo di terreno. Alla base stanno «il complesso di consuetudini dei popoli germanici e il diritto feudale», che dal 1066 i giudici del re raccolgono in «un diritto unitario»; sopra, la curia regis, il cui nucleo di giudici-giuristi «avevano la loro sede principale nelle tre Corti centrali di Westminster» ma «venivano spesso inviati nelle province ad amministrare la giustizia in nome del re»; poi il diritto romano, di cui quegli stessi giudici «si servirono per colmare le lacune del diritto nazionale»; in cima l'equity, nata nel Cinquecento dalla Court of Chancery, che rendeva giustizia «secondo coscienza» con decreti operanti in personam e vincolanti «soltanto le parti in causa». La banda in rilievo è l'ultima proprio perché è quella che si fraintende: l'equity «non rappresentava un sistema giuridico diverso dal common law, bensì una sua parte integrante», e il Judicature Act del 1873 ne fuse le norme con quelle del common law. Gli strati sono disegnati di uguale spessore: fra loro non esiste alcuna proporzione misurabile, e inventarne una sarebbe un dato falso.
Fig. 2 ↓
Sopra quella base se ne depositano altri due, e sono la ragione per cui «diritto non scritto» resta una traduzione sbagliata. Il primo: i giudici inglesi «si servirono del diritto romano per colmare le lacune del diritto nazionale». Il secondo: nel Cinquecento la rigidità delle formalità procedurali spinse il pubblico a rivolgere petizioni al sovrano, e le istanze passavano al cancelliere della Court of Chancery, «chiamato a garantire che la giustizia venisse resa "secondo coscienza"», con decreti che «operavano in personam». Ne nacque l'equity, che tuttavia «non rappresentava un sistema giuridico diverso dal common law, bensì una sua parte integrante», e che il Judicature Act del 1873 fuse con esso. Lo scritto, del resto, esiste: ma la legge scritta — statute law — «viene ad assumere un carattere del tutto eccezionale» quando si discosta dal common law, e «ricopre quindi un ruolo secondario nel sistema delle fonti».
La terza istituzione è il Parlamento, e l'affermazione da smontare è che sia «il più antico parlamento democratico». I primi Parlamenti «nascono nella seconda metà del medioevo (XII-XIV secolo) come organismi assembleari che coadiuvano il Re»: all'antica Curia Regis feudale subentra «un'assemblea più vasta, formata dai feudatari e dai rappresentanti elettivi delle comunità rurali e urbane». Erano assemblee di tutt'altra natura, che «assommavano competenze legislative e giurisdizionali», e la fonte segnala che di quella commistione resta traccia «ancora oggi nella Camera dei Lord britannica». Sul continente i Parlamenti riflettono la divisione in ceti e hanno tre Camere — Nobiltà, Clero e Terzo Stato — mentre «in Inghilterra ha prevalso la divisione in due Camere», i Lord per la grande proprietà, laica ed ecclesiastica, i Comuni per la piccola proprietà e la borghesia urbana. È antico l'istituto, non la democrazia.
La monarchia, infine, si descrive male perché la si descrive con una persona invece che con una funzione. La definizione della fonte va imparata così com'è: una forma di governo fondata su legittimazione tradizionale, se assoluta, o legale, se costituzionale, e «in genere, sul principio della "rappresentanza senza elezione"». In Inghilterra la corona, «concedendo la Magna Charta (1215), fin dal 13° sec. dovette venire a patti con l'aristocrazia», e nel 1264 «si aggiunsero ai rappresentanti del clero e dei nobili anche quelli delle città e dei borghi», aprendo «un problema generale di rappresentanza». Poi tre leggi: «La Petition of rights (1628), il Bill of rights (1689), l'Act of settlement (1701) costituiscono le leggi fondamentali della m. inglese che si avviò decisamente al costituzionalismo. Il re e il Parlamento formavano ormai delle istituzioni impersonali dello Stato».
All'Esame di Stato questa sezione si presenta in tre forme, e nessuna chiede di recitare una tabella. La prima è il confronto istituzionale, dove il punteggio si gioca sul lessico esatto e non sul numero di organi elencati. La seconda è il documento — un articolo, un discorso, un estratto normativo — di cui si chiede il contesto: qui serve saper dire di quale istituzione parla e da quando esiste. La terza è il collegamento pluridisciplinare, che premia chi sa nominare il problema che un'istituzione risolveva. Il videoExplainer scompone in otto passaggi la risposta a una domanda sulle istituzioni. Le trappole ricorrenti sono due: elencare senza datare, e nominare la persona che oggi occupa una carica. La seconda è la più grave, perché una risposta costruita su un titolare invecchia, mentre una costruita sulla funzione resta vera.

Vocabolario

→ Schede
  • la monarchia costituzionale/la monarˈkia kostituttsjoˈnale/constitutional monarchyIn inglese l'espressione non prende l'articolo quando indica la forma di governo in astratto («the United Kingdom is a constitutional monarchy»), mentre lo prende il singolo istituto («the British monarchy»). Attenzione a «monarchic», che descrive il principio: la forma di governo è «monarchical».
  • il Parlamento/il parlaˈmento/ParliamentTrappola d'esame: come istituzione britannica «Parliament» si scrive con la maiuscola e SENZA articolo («Parliament passed the Act»); «the Houses of Parliament» è l'edificio. E «government» non è il «governo» italiano soltanto: in uso britannico indica l'esecutivo, in uso americano spesso l'intero apparato statale.
  • la Camera dei Comuni/la ˈkamera dei koˈmuni/the House of CommonsIn inglese l'articolo è obbligatorio e «House» va con la maiuscola; il plurale «the Commons» da solo è corrente e regge il verbo al singolare o al plurale. Non scrivere «the Chamber of Commons»: «chamber» esiste ma non è il nome dell'organo.
  • la costituzione non codificata/la kostitutˈtsjone non kodifiˈkata/an uncodified constitution«Uncodified» è il termine corretto e dice ciò che è vero: manca un documento unico. «Unwritten constitution» circola nei manuali ma suggerisce che il diritto non sia scritto, il che è falso. Nota anche che in inglese «constitution» è numerabile: «a written constitution».
  • il precedente vincolante/il pretʃeˈdɛnte vinkoˈlante/binding precedentIn inglese «precedent» è numerabile («a binding precedent», «to set a precedent»), mentre l'insieme delle decisioni è «case law», non numerabile e senza articolo. Il verbo giusto è «to be bound by a precedent», mai «to be obliged by».
  • l'equità/lekwiˈta/equityFalso amico doppio: nel diritto inglese «equity» è il corpo di norme nato dalla Court of Chancery, in lingua comune è l'equità come giustizia sostanziale, in economia è il capitale azionario. Si scrive senza articolo nel senso giuridico («a remedy in equity») e l'aggettivo è «equitable».
  • la consuetudine/la konsweˈtudine/customIn inglese «custom» al singolare è l'usanza o la consuetudine giuridica; «customs» al plurale significa dogana, e non è il plurale dell'altro senso. L'aggettivo tecnico è «customary» («customary law»). Non confondere con «costume», che in inglese è il vestito di scena.
  • lo Stato di diritto/lo ˈstato di diˈritto/the rule of lawEspressione fissa: sempre con «the», sempre al singolare, mai «the state of law» né «the state of right». Si accompagna a «under the rule of law». Da distinguere da «law and order», che è tutt'altro concetto e appartiene al lessico della sicurezza pubblica.
  • l'autogoverno/lautoɡoˈvɛrno/self-governmentIn inglese si scrive con il trattino ed è non numerabile: «the colonies obtained self-government», mai «a self-government». L'aggettivo è «self-governing», ed è la parola che la fonte usa per i dominions: «nazioni dotate di autogoverno». «Autogovernment» non esiste.
  • il dominio coloniale/il doˈminjo koloˈnjale/colonial ruleIn questo senso «rule» è un sostantivo non numerabile e regge «under»: «under British rule». Non tradurre con «domain» né con «dominion»: «dominion» è il termine tecnico per lo status che i territori con autogoverno ebbero fino al 1947, quando fu sostituito da «member of the Commonwealth».
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Esempio svolto

Rispondere a una domanda di colloquio sul Commonwealth

All'orale l'esaminatore ti legge una frase tratta da un manuale in lingua inglese — «The Commonwealth is simply the British Empire under another name» — e ti chiede se sei d'accordo. Rispondi in inglese in cinque frasi, portando una data, un numero e una cosa che l'organizzazione non può fare.

  1. 01Riconoscere la forma della domanda

    Non è una richiesta di riassunto: è un'affermazione da mettere alla prova, e va presa una posizione nella prima frase. Riassumere la storia del Commonwealth senza dire se la frase sia vera o falsa è la risposta che perde punti pur essendo corretta in ogni dettaglio.

  2. 02Datare la nascita

    La trasformazione avviene per documenti: la relazione Balfour alla Conferenza imperiale del 1926 definisce i dominions «comunità autonome nell'ambito dell'Impero britannico, in nessun modo subordinate l'una all'altra», e lo Statuto di Westminster del 1931 ne riconosce la piena autonomia legislativa e costituisce «l'atto formale di nascita» dell'organizzazione.

  3. 03Nominare il limite

    Qui si mostra di aver capito il meccanismo: l'organizzazione non vincola nessuno. Il segretariato istituito nel 1965 non ne ha modificato «la natura puramente consultiva», e l'uscita dell'Irlanda insieme alla mancata adesione della Birmania ne aveva già sancito «la natura puramente volontaria».

  4. 04Portare la misura

    Un numero verificabile chiude la questione: al 2022 i membri sono 56, e soltanto 16 di essi, oltre alla Gran Bretagna, riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato. Si può aggiungere che Mozambico, Ruanda e Gabon non furono mai colonie britanniche, e che lo Zimbabwe si è ritirato nel 2003.

  5. 05Scrivere le cinque frasi

    «I disagree, and the dates show why. The dominions were defined as autonomous communities in 1926, and the Statute of Westminster of 1931 recognised their full legislative autonomy. Since 1947, when India joined as a dominion, the organisation has no longer been an exclusively white one. It is purely consultative: it binds no member, and Zimbabwe withdrew from it in 2003. Of the 56 members in 2022, only sixteen besides Great Britain share the British sovereign as head of state.»

Risultato: La frase è falsa, e la risposta lo dimostra con tre prove di natura diversa — una data di fondazione, un limite di competenza e un numero misurato — anziché con un'opinione. Il significato di quella dimostrazione è che l'appartenenza al Commonwealth è una scelta reversibile, e un'appartenenza che si può revocare non è un dominio.

Esempio svolto

Correggere in inglese l'idea che il diritto inglese non sia scritto

In una prova di comprensione compare questa frase: «Britain has an unwritten constitution, which means that British law is not written down.» La seconda metà non segue dalla prima. Correggila in inglese in due frasi, dicendo dove il diritto inglese sia effettivamente scritto.

  1. 01Isolare l'errore

    La frase confonde due cose distinte: come è disposta la costituzione, cioè priva di un documento unico, e dove risiede il diritto. «Unwritten» descrive l'assenza di codificazione, non l'assenza di scrittura, ed è per questo che il termine tecnico esatto è «uncodified».

  2. 02Ricostruire la procedura

    Il sistema si sviluppa dal 1066 attraverso la curia regis, i cui giudici-giuristi avevano sede nelle tre Corti centrali di Westminster ed erano inviati nelle province ad amministrare la giustizia in nome del re, creando «un diritto unitario» a partire dalle consuetudini germaniche e dal diritto feudale. Quelle decisioni sono scritte e raccolte: è precisamente la loro messa per iscritto che rende possibile il precedente.

  3. 03Collocare la legge scritta

    La statute law esiste, ma la fonte ne fissa il rango: quando si discosta dal common law «viene ad assumere un carattere del tutto eccezionale» e va interpretata restrittivamente, sicché «ricopre un ruolo secondario nel sistema delle fonti». Nel 1873 il Judicature Act ha inoltre fuso le norme del common law con quelle dell'equity.

  4. 04Scrivere le due frasi

    «Britain has an uncodified constitution: there is no single constitutional document, but that does not mean the law is unwritten. Most of it is written down as decided cases, since the courts at Westminster built a single body of law out of local custom, and statutes exist as well, although they play a secondary role among the sources of law.»

Risultato: La correzione sostituisce «unwritten» con «uncodified» e sposta la domanda dal supporto materiale alla gerarchia delle fonti, che è dove la differenza sta davvero. Il suo significato per l'esame è che il common law non è un'assenza di regole scritte ma un modo diverso di produrle, affidato ai giudici anziché al legislatore.

Spiegazione passo passo8 passaggi
  1. 1

    La domanda è arrivata: «Explain the role of the House of Lords», oppure «What is the Commonwealth?». La tentazione è cominciare a elencare, e l'elenco è esattamente ciò che l'esaminatore ha già letto in venti compiti. Le otto mosse che seguono producono una risposta che nessun manuale ha scritto per te, e la prima non contiene nemmeno una data.

  2. 2

    Prima mossa: stabilisci di che tipo di istituzione stai parlando. Un'assemblea che rappresenta, un tribunale che decide, un'associazione a cui si aderisce, una carica che incarna lo Stato. Sono quattro famiglie diverse e ciascuna risolve un problema diverso: sbagliare famiglia manda fuori strada tutto il resto della risposta.

  3. 3

    Seconda mossa: di' quando è nata e per quale ragione. Non serve la data esatta di una legge, serve la soglia: il common law dal 1066, con i giudici del re inviati nelle province; il Commonwealth dallo Statuto di Westminster del 1931; i Parlamenti fra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo, come assemblee che assistono il re.

  4. 4

    Terza mossa, ed è quella che distingue una risposta buona da una sufficiente: nomina il problema che l'istituzione risolveva. Il common law risolveva l'esistenza di consuetudini diverse in ogni contea. Il Commonwealth risolveva come tenere insieme Stati diventati uguali. La Court of Chancery risolveva la rigidità delle procedure.

  5. 5

    Quarta mossa: di' che cosa quell'istituzione ancora non può fare. Il Commonwealth ha natura «puramente consultiva» e non vincola nessuno. La Camera dei Lord conserva una commistione di poteri medievale ma non prevale sui Comuni. Un limite nominato vale più di tre funzioni elencate, perché mostra che hai capito il meccanismo.

  6. 6

    Quinta mossa: porta un fatto datato come prova, uno solo. Il 1947 dell'India, che spezza il carattere esclusivamente bianco del Commonwealth. Il 1873 del Judicature Act, che fonde common law ed equity. Il 2003 dello Zimbabwe, che si ritira. Un fatto verificabile chiude la questione meglio di tre aggettivi.

  7. 7

    Il controllo che salva la risposta: rileggila e cancella ogni nome proprio di persona vivente. Se togliendolo la risposta perde senso, hai descritto una notizia e non un'istituzione, e devi riscriverla dalla funzione. Se invece regge, ciò che hai scritto varrà ancora fra dieci anni, ed è questo che l'esame misura.

  8. 8

    Ora scrivi in inglese, e nell'ordine in cui hai lavorato. Una frase per dire che cosa è, una per quando e perché, una per il problema risolto, una per il limite, una per il fatto datato. Chiudi con la conseguenza, non con un riassunto: «that is why the Commonwealth can be left, and why membership means something.»

Obiettivo Maturità

  • Illustra il passaggio dall'Impero al Commonwealth attraverso i suoi tre documenti datati — la relazione Balfour alla Conferenza imperiale del 1926, lo Statuto di Westminster del 1931 («l'atto formale di nascita») e il 1947 dell'India — e chiudi con una misura del presente: al 2022 i membri sono 56 e soltanto 16, oltre alla Gran Bretagna, riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato. La frase inglese da saper scrivere è: «The Commonwealth is not the Empire renamed: most of its members do not share a head of state, and one of them left in 2003.»
  • Spiega perché definire il common law «diritto non scritto» sia inesatto, e fallo con la gerarchia delle fonti anziché con una definizione. Il sistema nasce da una procedura — i giudici della curia regis inviati dalle tre Corti centrali di Westminster nelle province — e la legge scritta esiste, ma «viene ad assumere un carattere del tutto eccezionale» quando si discosta dal common law e «ricopre quindi un ruolo secondario nel sistema delle fonti». In inglese si dice «judge-made law» o «case law», mai «unwritten law».
  • Confronta la nascita dei Parlamenti con l'idea moderna di assemblea democratica. I primi «nascono nella seconda metà del medioevo (XII-XIV secolo) come organismi assembleari che coadiuvano il Re», «assommavano competenze legislative e giurisdizionali» e di quella commistione resta traccia «ancora oggi nella Camera dei Lord britannica»; sul continente prevalsero tre Camere per ceti, in Inghilterra due. Concludi distinguendo l'antichità dell'istituto dall'estensione del suffragio, che è un'altra storia e un'altra data.
  • Descrivi che cosa fa oggi un sovrano costituzionale senza nominare nessuno. La formula sorvegliata è quella della fonte: la monarchia costituzionale poggia «in genere, sul principio della "rappresentanza senza elezione"», e dopo la Petition of rights (1628), il Bill of rights (1689) e l'Act of settlement (1701) «il re e il Parlamento formavano ormai delle istituzioni impersonali dello Stato». In inglese: «The monarch represents the state without being elected by it, and that is precisely what the office is for.»
  • Analizza la decolonizzazione a partire dalla sua causa interna anziché dalla ribellione. «La decolonizzazione trasse il primo avvio dallo svolgimento stesso della colonizzazione»: lo sviluppo economico intrapreso dai governi coloniali formò «élite culturalmente evolute che divennero l'elemento propulsore delle rivendicazioni politiche». Porta il caso datato del 1947 — l'India cessa di essere britannica il 15 agosto, con la nascita dell'Unione Indiana a prevalenza indù e del Pakistan a prevalenza musulmana — e nota che la politica britannica dell'autonomia amministrativa e quella francese dell'assimilazione approdarono allo stesso esito.

Errori frequenti

  • Dire che il Commonwealth è l'Impero britannico con un altro nome. La fonte documenta il contrario: l'uscita dell'Irlanda e la mancata adesione della Birmania ne sancirono «la natura puramente volontaria», il segretariato del 1965 non ne ha modificato «la natura puramente consultiva», e al 2022 i membri sono 56, dei quali Mozambico, Ruanda e Gabon non furono mai colonie britanniche mentre lo Zimbabwe si è ritirato nel 2003.
  • Tradurre common law con «diritto non scritto». La legge scritta esiste — è la statute law — ma occupa «un ruolo secondario nel sistema delle fonti» e va interpretata restrittivamente quando si discosta dal common law. La formula corretta in inglese è «judge-made law» o «case law»; ciò che manca al Regno Unito non è lo scritto, è un documento costituzionale unico.
  • Presentare l'equity come un sistema giuridico alternativo al common law. La fonte è categorica: l'equity «non rappresentava un sistema giuridico diverso dal common law, bensì una sua parte integrante», e il Judicature Act del 1873 ne fuse le norme con quelle del common law, abilitando tutti i giudici della Supreme Court ad applicare entrambi i corpi di regole.
  • Chiamare il Parlamento inglese «il più antico parlamento democratico». Antico è l'istituto, non la democrazia: le prime assemblee coadiuvavano il Re, mescolavano competenze legislative e giurisdizionali e rappresentavano proprietà e ceti, non elettori. La formulazione difendibile è che vi si affermò presto la divisione in due Camere anziché in tre, e che il Parlamento perse «ogni residuo carattere medioevale» con le grandi rivoluzioni dell'età moderna.
  • Costruire la risposta sul nome di chi occupa oggi una carica — un sovrano, un capo di governo, un presidente. È l'errore che invecchia peggio, perché una risposta legata a un titolare può essere già falsa il giorno della prova. Si descrive la funzione e la si data: «rappresentanza senza elezione» per il sovrano, responsabilità davanti alla camera elettiva per l'esecutivo, e una data verificabile per ciascuna affermazione.

Approfondimento

La distinzione che un esaminatore chiede più spesso in forma implicita non è fra costituzione scritta e non scritta, ma fra costituzione codificata e non codificata, e la differenza sta in una domanda sola: chi può cambiare le regole fondamentali, e con quale procedura. Nel caso britannico le regole fondamentali sono leggi ordinarie distribuite su cinque secoli. La fonte le elenca senza esitazioni: «La Petition of rights (1628), il Bill of rights (1689), l'Act of settlement (1701) costituiscono le leggi fondamentali della m. inglese che si avviò decisamente al costituzionalismo», e a monte sta la Magna Charta del 1215, con cui la corona «fin dal 13° sec. dovette venire a patti con l'aristocrazia». Nessuno di quei testi si presenta come costituzionale: lo sono diventati per ciò che hanno fatto. A questo si aggiunge la gerarchia delle fonti del common law, che rovescia l'abitudine continentale: la legge scritta, quando si discosta dal diritto giurisprudenziale, «viene ad assumere un carattere del tutto eccezionale» e «ricopre quindi un ruolo secondario nel sistema delle fonti». Il diritto inglese è dunque scrittissimo — sta nelle sentenze — ma non è codificato, e la regola di cambiamento non abita in un documento: abita nelle corti e in Parlamento. È il motivo per cui, «sulla scia della dottrina inglese di A.V. Dicey», molti studiosi parlano dal XIX secolo di una «sovranità del Parlamento». La costruzione opposta è documentata, con le sue date, sulla voce Stati Uniti d'America. «Nell'estate del 1787 a Filadelfia, Washington, A. Hamilton, J. Madison e B. Franklin guidarono la Convenzione verso la stesura di una nuova Costituzione, da sottoporre a ratifica popolare negli Stati»; dai molti compromessi uscì «una struttura statuale innovativa, fondata sulla divisione dei poteri, sul presidenzialismo bilanciato dal federalismo, su un potere legislativo in cui al Senato si affiancava una Camera dei rappresentanti eletta in base alla popolazione»; fra il 1787 e il 1788 il testo fu ratificato dagli Stati, e nel 1791 furono approvati dal Congresso i primi dieci emendamenti, «per dare garanzia costituzionale ai diritti dei cittadini». Qui la regola di cambiamento è dentro il testo, e una corte può misurare su di esso le leggi ordinarie: nel 1954, nel caso Brown contro il Board of Education, la Corte Suprema «dichiarò incostituzionale la segregazione nelle scuole». Due avvertenze finali, ed evitano gli errori più comuni. La prima: i due sistemi non sono estranei, perché gli Stati Uniti sono «eredi del common law inglese», e vi applicano lo stare decisis non come regola rigida ma «come principio di policy», dunque un precedente può essere distinto o superato quando ragioni sostanziali lo giustificano. La seconda: non si dice che la Costituzione americana fu scritta nel 1776. Il 1776 è la Dichiarazione d'indipendenza formulata da T. Jefferson; la Costituzione è del 1787 e i primi dieci emendamenti del 1791. Una risposta che tenga insieme queste tre date, e che spieghi la differenza come una differenza di procedura anziché di supporto, è più difficile da contestare di qualunque elenco di organi.

§ 01

Ripasso attivo

In about 180 words, and in English, test this claim: «The Commonwealth is the British Empire under another name.» Build your answer from three different kinds of evidence — one founding document with its year, one thing the organisation is unable to do, and one measured figure from 2022 — and finish by saying what the difference between an empire and a voluntary association actually consists of. Do not name any current head of state or government: describe the office instead.

Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema→

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Commonwealth — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Common law — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Parlamento — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani)

§ 02
§ 02

Società e questioni di attualità#

~20 min di lettura●●○StandardINOSA-inglese-cultura-civilta-anglofona — Temi di attualità: globalizzazione, diritti, ambiente, immigrazione, multiculturalismo

Punti chiave

Su queste materie la lingua non descrive: decide. La stessa persona che ha attraversato un confine è «migrant», «refugee», «asylum seeker» o «expat» a seconda di chi scrive, e ciascuna di quelle parole apre una porta diversa: un permesso, una protezione, un sospetto, perfino un complimento. Ne discende ciò che questa sezione insegna, e non è un elenco di argomenti: imparare il lessico di un tema di attualità significa imparare la controversia che quel lessico contiene, ed è esattamente il lavoro che il colloquio premia. Ne discende anche una regola di prudenza. Su questi temi circolano molte più cifre che fonti, e un'argomentazione onesta senza numeri vale più di una sostenuta da numeri che nessuno può verificare. Qui una cifra si cita soltanto con la fonte e con l'anno in cui la fonte la dà; altrimenti si tace la cifra e si nomina il meccanismo.
Italiano e inglese trattano la parola-chiave in modo opposto. La Treccani definisce l'immigrazione come «l'ingresso e l'insediamento, in un paese o in una regione, di persone provenienti da altri paesi o regioni», e la colloca «insieme con la corrispondente emigrazione» nel fenomeno più ampio delle migrazioni: l'italiano nomina il movimento e lascia la persona senza etichetta. L'inglese fa il contrario, e non possiede un modo neutro di dire «chi si è spostato»: obbliga a scegliere fra parole che dicono cose diverse. «Migrant» descrive lo spostamento; «refugee» una condizione; «asylum seeker» una procedura in corso, cioè qualcuno che ha chiesto e non ha ancora ottenuto; «expat» una posizione sociale, e si applica quasi sempre a chi parte dai paesi ricchi. La Fig. 3 tiene separato ciò che le due parole più contese condividono da ciò che ciascuna aggiunge.

Due parole per chi ha attraversato un confine

Che cosa aggiunge ciascuna delle due paroleDiagramma di Venn con 2 insiemi, Migrante, RifugiatoMigranteRifugiatoProgettoAsiloConfine
Fig. 3La zona condivisa è il confine attraversato: entrambe le parole descrivono qualcuno che è entrato e si è insediato in un paese diverso dal proprio, che è la definizione di immigrazione data dalla fonte. Alla sola parola «migrante» appartiene il progetto, perché i motivi che la stessa voce registra sono il lavoro, che resta prevalente, e il ricongiungimento familiare: motivi di chi si sposta per una scelta, per quanto stretta dalle circostanze. Alla sola parola «rifugiato» appartiene l'asilo, cioè la richiesta di una protezione, ed è questa la condizione che chiama in causa un regime giuridico distinto: la disciplina generale dell'immigrazione e della condizione dello straniero è stata infatti costruita — sono parole della fonte — «a eccezione del diritto di asilo costituente oggetto di un separato disegno di legge». Le tre etichette sono telegrafiche perché devono stare dentro le regioni; la differenza per esteso è nel testo.
Fig. 3 ↓
La differenza fra quelle parole non è di tono, è di regime. La stessa voce, descrivendo il testo unico che disciplina l'immigrazione e la condizione dello straniero, precisa che si tratta di una disciplina generale costruita «a eccezione del diritto di asilo costituente oggetto di un separato disegno di legge»: l'asilo non è una variante dell'immigrazione, è un'altra materia. Da qui una conseguenza di metodo per l'analisi dei documenti: un testo che chiama una persona «migrant» l'ha già collocata in un regime, e uno che la chiama «asylum seeker» in un altro, prima ancora di avere argomentato alcunché. Sulla stessa pagina stanno anche i due motivi che la fonte registra: il lavoro, che resta prevalente, e «l'aumento degli arrivi per ragioni di ricongiungimento familiare». Sono motivi, non quantità, ed è ciò che uno studente può affermare senza avere una cifra da esibire.
Il secondo blocco è un'istituzione che porta il proprio problema nel nome. La fonte è esplicita: «l'espressione («Stato del benessere»), entrata nell'uso in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale, è tradotta di solito in italiano come Stato assistenziale (che ha però sfumatura negativa) o Stato sociale». L'espressione è inglese e ha una data inglese; l'italiano non ne possiede una resa sola, ma due, e una delle due è già un giudizio. Chi scrive «Stato assistenziale» ha scelto una parte prima di argomentare, esattamente come chi scrive «flood of migrants». È il caso esemplare dell'intera sezione, e ha il pregio di una fonte che dichiara la connotazione invece di nasconderla. La stessa voce aggiunge il dato storico: «il sistema della ‘sicurezza sociale’, introdotto in Gran Bretagna attraverso un'apposita legislazione del 1946 e del 1948, si impose come modello per gli altri paesi industriali».
Che cosa faccia uno Stato sociale è questione su cui la fonte dà due risposte, e il fatto che siano due è la lezione. La prima è di A. Briggs, per il quale gli obiettivi sono tre: «assicurare un tenore di vita minimo a tutti i cittadini; dare sicurezza agli individui e alle famiglie in presenza di eventi naturali ed economici sfavorevoli di vario genere; consentire a tutti i cittadini di usufruire di alcuni servizi fondamentali, quali l'istruzione e la sanità». La seconda è di I. Gough, che indica il welfare come «l'uso del potere dello Stato volto a favorire l'adattamento della forza lavoro ai continui cambiamenti del mercato e a mantenere la popolazione non lavorativa in una società capitalistica». La prima descrive una promessa, la seconda una funzione; sono entrambe citabili e non coincidono. La Fig. 4 lascia le definizioni e mostra i quattro strumenti del welfare.

Che cosa fa davvero uno Stato sociale

Gli strumenti elencati dalla fontecolonna stratificata, 4 strati, Dati: Corresponsioni in denaro, Servizi in natura: istruzione e sanità, Benefici fiscali, Regolamentazione dell'attività economicaCorresponsioni in denaroServizi in natura: istruzione e sanitàBenefici fiscaliRegolamentazione dell'attività economica
Fig. 4Le quattro bande sono gli strumenti che la fonte elenca, nell'ordine in cui li elenca: corresponsioni in denaro nelle fasi non occupazionali della vita e nelle situazioni di incapacità lavorativa; erogazione di servizi in natura, «in particolare istruzione, assistenza sanitaria, abitazione»; concessione di benefici fiscali; regolamentazione di alcuni aspetti dell'attività economica, per esempio la locazione di abitazioni a famiglie a basso reddito. Lo spessore è uguale per tutte perché la fonte non stabilisce alcuna proporzione fra loro, e inventarne una sarebbe una statistica fabbricata. La banda marcata è la seconda perché è l'unica che ritorna alla lettera nei tre obiettivi che la stessa voce attribuisce ad A. Briggs — assicurare un tenore di vita minimo a tutti i cittadini, dare sicurezza di fronte a eventi naturali ed economici sfavorevoli, e «consentire a tutti i cittadini di usufruire di alcuni servizi fondamentali, quali l'istruzione e la sanità» — ed è dunque il punto in cui l'elenco degli strumenti e quello degli obiettivi si toccano. L'ultima banda è quella che si dimentica: uno Stato sociale interviene anche senza trasferire denaro e senza erogare servizi, scrivendo regole.
Fig. 4 ↓
Qui sta il dato più utile a un esame di civiltà anglofona. Non è vero che il mondo anglofono non abbia uno Stato sociale: ne ha uno di tipo dichiarato. La Treccani riporta la classificazione in tre regimi del sociologo danese G. Esping-Andersen («Three worlds of welfare capitalism», 1990), fondata sull'origine dei diritti sociali: nel regime liberale essi «derivano dalla dimostrazione dello stato di bisogno», nel conservatore «dalla professione esercitata», nel socialdemocratico «dalla cittadinanza». Del primo si sappiano due cose: che è «fondato sulla precedenza ai poveri meritevoli (teoria della less eligibility) e sulla logica del ‘cavarsela da soli’», tanto da essere «spesso definito residuale»; e che «tale modello è tipico dei paesi anglosassoni: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti». Il risultato che la fonte dichiara è «un forte dualismo tra cittadini non bisognosi e cittadini assistiti».
Il terzo blocco è la globalizzazione. La voce «globalizzazione» avverte che il termine è «adoperato, a partire dagli anni 1990», dunque è più recente del fenomeno che nomina, e riferisce un dibattito che non si chiude: per alcuni la liberalizzazione degli scambi può ridurre il divario fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, per altri gli effetti positivi «non si distribuiscono in modo uniforme». Sul mondo anglofono la stessa voce è netta, e nomina un meccanismo anziché una cifra: il progresso tecnico ha spostato la domanda dal lavoro «unskilled» a quello «skilled» allargando il «wage gap», e «non è un caso che gli USA registrino un forte incremento di disuguaglianza indotto dal wage gap, date le scarse protezioni sociali e sindacali dei lavoratori a bassa qualifica», mentre nei paesi europei più sindacalizzati «questi effetti sono stati in parte mitigati dalla rigidità salariale».
Il quarto blocco è il multiculturalismo, che la Treccani definisce «orientamento politico e sociologico volto a promuovere il riconoscimento e il rispetto dell'identità linguistica, religiosa e culturale delle diverse componenti etniche presenti nelle complesse società odierne». Alla sua origine la voce pone due fenomeni distinti, e distinguerli è già una risposta d'esame. Il primo sono le nuove ondate migratorie, la cui ampiezza e rapidità non consentono, nella maggioranza dei casi, quell'«integrazione-assimilazione» di prima. Il secondo è «la nuova ‘politica culturale dell'identità’», «affermatasi principalmente negli Stati Uniti» e descritta come «una filiazione del movimento giovanile degli anni 1960 e delle mobilitazioni in favore dell'uguaglianza istituzionale» di gruppi discriminati. Di lì l'inglese «identity politics», che l'italiano usa senza tradurlo, e la società che ne risulta: non «una comunità di individui» ma «una unione sociale di unioni sociali».
La distinzione che separa una risposta discreta da una buona sta nella stessa pagina: «dal diritto al riconoscimento della eguale dignità di ogni cultura non discende alcun diritto a una presunzione di eguale valore, che è cosa ben diversa dalla eguale dignità». Riconoscere non significa approvare, e chi confonde le due cose perde la posizione più difendibile che avesse. La fonte indica anche le tre forme che i diritti culturali assumono — l'autogoverno di una minoranza sul territorio in cui è maggioranza, la protezione della libera espressione dei suoi tratti, una rappresentanza speciale nelle istituzioni — e il rischio che porta con sé: «congelare ogni gruppo protetto nella sua configurazione attuale, inibendo processi di revisione interna della sua cultura». Il rimedio che segnala va citato: garantire sempre all'individuo il «diritto alla secessione», cioè la libertà di allontanarsi dalla propria comunità senza subirne vessazioni.
All'Esame la sezione si presenta in due forme, e nessuna delle due chiede di esporre un tema. La prima è l'analisi di un documento breve, in cui si separa ciò che il testo riferisce da ciò che giudica e si nominano le parole che portano il giudizio. La seconda è il paragrafo argomentativo di livello B2: una tesi che si possa difendere, una prova che si possa attribuire, una concessione che riconosca l'obiezione più forte. Su entrambe pesa la stessa trappola, l'unica che questa sezione teme davvero: la cifra ricordata a memoria. Un numero esiste soltanto insieme alla fonte e all'anno in cui quella fonte lo dà. L'unico esempio che queste pagine contengono è ripreso alla lettera dalla voce «Irlanda del Nord»: «Regione del Regno Unito (13.576 km² con 1.775.000 ab. nel 2008)». È un dato vecchio, e proprio per questo è onesto: dichiara quando è stato misurato. Una cifra senza anno non è un dato, è un'impressione con l'aria di un dato.

Vocabolario

→ Schede
  • il rifugiato/il rifuˈdʒato/refugeeIn inglese «refugee» è numerabile e si costruisce senza preposizione: «he is a refugee», mai «a refugee of war» per dire «profugo di guerra» (si scrive «a war refugee»). Non confonderlo con «refuge», che è il rifugio, il luogo: «to seek refuge» è cercare riparo, «to seek asylum» è chiedere protezione a uno Stato.
  • il richiedente asilo/il rikjeˈdɛnte aˈzilo/asylum seekerDue parole separate, senza trattino, e il plurale è «asylum seekers». «Asylum» non vuole articolo nella formula fissa «to seek asylum» né in «to apply for asylum». Attenzione al significato storico di «asylum» come ospedale psichiatrico: nel contesto attuale non ricorre, ma spiega perché la parola isolata suoni ambigua.
  • il confine/il konˈfine/border«Border» è la linea fra due Stati e regge «to cross the border», «at the border». «Boundary» è il limite di un'area o di un concetto, «frontier» è per lo più figurato («the frontiers of science»). Falso amico da evitare: l'inglese «to confine» significa rinchiudere o limitare, e non ha nulla a che vedere con un confine geografico.
  • il ricongiungimento familiare/il rikondʒundʒiˈmento famiˈljare/family reunificationÈ il termine tecnico e va scritto «reunification», non «reunion»: «a family reunion» è una rimpatriata, una festa di famiglia. Il verbo corrispondente è «to be reunited with»: «she was reunited with her children», mai «she reunified with».
  • lo Stato sociale/lo ˈstato soˈtʃale/the welfare stateDue parole, minuscolo, e l'articolo è obbligatorio quando si parla dell'istituzione: «the welfare state was built after the war». Trappola d'uso: «welfare» da solo, soprattutto in inglese americano, indica i sussidi ai poveri e porta una carica negativa («to be on welfare»), che l'espressione completa non ha.
  • la disuguaglianza/la dizuɡwaʎˈʎantsa/inequalityNon numerabile nel senso generale: «inequality has grown», mai «an inequality» né «the inequalities» se non ci si riferisce a disuguaglianze determinate e distinte. Non esistono «disequality» né «unequality»; l'aggettivo è «unequal» e il contrario utile all'esame è «fairness», non «equity», che in economia ha un altro significato.
  • il divario retributivo/il diˈvarjo retribuˈtivo/the wage gap«Gap» regge «between» fra due termini e «in» davanti al campo: «the gap between skilled and unskilled workers», «the gap in pay». Distingui «wage», la paga oraria o settimanale del lavoro manuale, da «salary», lo stipendio mensile o annuo; «wage gap» è la forma fissa e non si sostituisce con «salary gap».
  • il riconoscimento/il rikonoʃʃiˈmento/recognitionNon numerabile: «the recognition of cultural rights», mai «a recognition». Il verbo è «to recognise» in grafia britannica e «to recognize» in quella americana: scegline una e tienila per tutto il testo. «To recognise a culture» significa ammetterne l'esistenza e la dignità, non approvarne i contenuti.
  • l'appartenenza/lapparteˈnɛntsa/belongingLa formula d'esame è «a sense of belonging», e «belonging» al singolare è astratto e non numerabile. Falso amico pericoloso: «belongings» al plurale significa gli oggetti personali, gli effetti, e in una frase sull'identità produce un controsenso. Per l'appartenenza a un gruppo si può usare anche «membership».
  • la fonte/la ˈfonte/the source«Source» è la fonte di un'informazione e regge «according to the source», «the source does not say». Il plurale impersonale «sources say» è proprio la formula che in un tema va evitata, perché non attribuisce nulla a nessuno. Non tradurre «fonte» con «font», che in inglese è il carattere tipografico.
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Esempio svolto

Il titolo che giudica: analisi lessicale e riscrittura neutra

Ecco un titolo costruito per l'esercizio, non ripreso da una testata reale: «FLOOD OF MIGRANTS OVERWHELMS BORDER TOWN AS LOCALS DEMAND ACTION». Individua che cosa il titolo riferisce e che cosa giudica, marca le parole che portano il giudizio e riscrivilo in inglese in forma neutra. Chiudi dicendo che cosa la riscrittura perde e che cosa guadagna.

  1. 01Separare il riferito dal giudicato

    Il titolo riferisce due cose sole: che delle persone sono arrivate in una località di confine, e che alcuni residenti hanno chiesto un intervento. Tutto il resto non è informazione ma valutazione. Conviene scriverle su due colonne prima di toccare le parole: a sinistra ciò che, in linea di principio, qualcuno potrebbe verificare; a destra ciò che si può soltanto condividere o rifiutare.

  2. 02Marcare le parole che portano il giudizio

    «Flood» è una metafora di catastrofe naturale, e sceglie insieme la quantità e la natura del fenomeno: un'inondazione non ha intenzioni e non si può negoziare con essa. «Overwhelms» dichiara superata una capacità senza dire di chi né misurata come. «Demand» attribuisce ai residenti un'intensità che «ask» non avrebbe. E «migrants» è la parola più pesante di tutte, perché fra le disponibili sceglie quella che non rivendica alcuna protezione.

  3. 03Riscrivere in inglese senza la valutazione

    «More people have arrived in the border town, and some residents have asked the authorities to respond.» Si osservi che cosa è stato fatto: la metafora è caduta, il verbo di capacità è caduto, «demand» è diventato «ask», e alle persone non è stato dato alcun nome che le collochi in un regime. Se il regime fosse noto e documentato lo si nominerebbe; non essendolo, si dice ciò che si sa.

  4. 04Dichiarare che cosa cambia

    La riscrittura perde l'urgenza, che era l'effetto voluto da chi ha scritto il titolo, e guadagna la controllabilità: ogni proposizione può essere verificata o smentita. L'operazione si compie identica in italiano, e la fonte di questa sezione ne offre l'esempio già pronto: fra «Stato assistenziale», che «ha però sfumatura negativa», e «Stato sociale» la differenza non è di eleganza ma di giudizio.

Risultato: Il titolo riferisce due fatti e li avvolge in quattro scelte lessicali che li giudicano: la metafora della catastrofe, il verbo di capacità superata, il verbo di richiesta intensificato e il nome dato alle persone. La riscrittura neutra conserva i due fatti e rinuncia alle quattro scelte, e questo è precisamente il lavoro che la consegna d'esame chiama analisi: mostrare che il testo, prima di argomentare, ha già deciso con quali parole si sarebbe parlato.

Esempio svolto

Un paragrafo argomentativo B2 su una domanda di politica sociale

Should a welfare state give the same services to everybody, or only to those who can show that they need them? Write one paragraph of about 120 words in English, containing a thesis, one piece of evidence you can attribute to a named source, and one concession. You may not use any statistic.

  1. 01Scegliere una tesi decidibile

    «The welfare state is important» non è una tesi: nessuno la contesta e non si può dimostrare. Serve una proposizione su cui si possa dissentire, per esempio che i servizi universali siano preferibili a quelli condizionati alla prova del bisogno. Si noti che la consegna offre già l'alternativa: il modo più rapido di trovare una tesi è prendere posizione fra i due termini che la domanda mette a confronto.

  2. 02Trovare una prova attribuibile

    La prova non è una cifra ma una descrizione che si può ricondurre a una fonte: la voce sul welfare descrive il regime liberale come quello in cui i diritti sociali «derivano dalla dimostrazione dello stato di bisogno», lo dice «tipico dei paesi anglosassoni» e ne dichiara l'esito, «un forte dualismo tra cittadini non bisognosi e cittadini assistiti». In inglese va introdotta con «the entry describes», non con «everyone knows».

  3. 03Costruire la concessione

    La concessione non è una debolezza: è ciò che dimostra di conoscere l'obiezione. La stessa fonte la fornisce, perché registra le critiche all'universalizzazione — la riduzione della capacità redistributiva e l'espansione della spesa pubblica — e la contro-definizione di I. Gough. Si introduce con «It is true that…» o «Admittedly…», e si chiude sempre riportando il peso sulla tesi con «Even so…».

  4. 04Scrivere il paragrafo

    «Universal services are the better design, because a welfare state that must first decide who is poor ends up dividing the people it serves. The entry on the welfare state describes exactly this: in the liberal regime, which it calls typical of Australia, New Zealand, Canada, Great Britain and the United States, services are granted only after need has been demonstrated, and the result it reports is a sharp division between citizens who are assisted and citizens who are not. It is true that universal provision is costly, and the same source records the criticism that it weakened the redistributive capacity it was meant to have. Even so, a service that everybody uses is a service that everybody defends.»

Risultato: Il paragrafo regge non perché la tesi sia quella giusta, ma perché ogni sua proposizione è di un tipo dichiarato: una tesi presentata come tesi, una prova attribuita a una fonte nominata, una concessione tratta dalla stessa fonte e una conclusione che si dichiara giudizio. È esattamente il profilo che i descrittori di livello B2 valutano, e non contiene un solo numero.

Obiettivo Maturità

  • Analizza un titolo di giornale in lingua inglese separando ciò che riferisce da ciò che giudica, e riscrivilo in forma neutra. La frase da saper scrivere, sul titolo di prova del primo esempio guidato, è questa: «The headline calls the arrivals a flood: the word is not a measurement but an evaluation, because a flood has no intention and cannot be argued with.» Poi indica la parola che nel titolo sceglie il regime giuridico prima di ogni argomento, e cioè il nome dato alle persone.
  • Confronta le due rese italiane di «welfare state» e ricava dalla differenza una regola generale. La fonte dichiara che «Stato assistenziale» «ha però sfumatura negativa», mentre «Stato sociale» è neutro: la stessa istituzione, due parole, due giudizi. In inglese: «The English term is neutral, but Italian has no neutral translation of it: choosing one of the two is already taking a side.» Aggiungi che l'operazione funziona nei due sensi, e che è ciò che rende questi temi materia di lingua e non soltanto di contenuto.
  • Spiega la differenza fra «migrant», «refugee» e «asylum seeker» servendoti della Fig. 3, e chiudi dicendo quale delle tre parole rivendica una protezione. Il fondamento è che la disciplina generale dell'immigrazione è stata costruita, dice la fonte, «a eccezione del diritto di asilo costituente oggetto di un separato disegno di legge»: l'asilo è un'altra materia, non una variante. Evita di presentare la differenza come una questione di cortesia.
  • Classifica una misura sociale annunciata da un documento fra i quattro strumenti che la fonte elenca — corresponsioni in denaro, servizi in natura, benefici fiscali, regolamentazione dell'attività economica — e poi indica quale dei tre obiettivi attribuiti ad A. Briggs quella misura serve. Aggiungi a quale dei tre regimi di Esping-Andersen appartiene il paese di cui si parla, ricordando che il regime liberale è «tipico dei paesi anglosassoni: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti».
  • Giustifica una posizione sulla disuguaglianza senza usare una sola statistica, nominando il meccanismo al posto della cifra: lo spostamento della domanda dal lavoro «unskilled» a quello «skilled» e il «wage gap» che ne segue, con la differenza fra i paesi a protezioni deboli e quelli a forte sindacalizzazione. La frase che tiene: «I have no figure I can check, so I will describe the mechanism and name who describes it.» È una dichiarazione di metodo e all'orale vale più di un numero.

Errori frequenti

  • Usare «migrant», «refugee» e «asylum seeker» come sinonimi eleganti l'uno dell'altro. Sono tre parole con tre contenuti: uno spostamento, una condizione, una procedura in corso. La forma corretta nomina ciascuna per ciò che è e riconosce che soltanto la seconda e la terza chiamano in causa il diritto di asilo, che la fonte tratta come materia separata dalla disciplina dell'immigrazione.
  • Tradurre «welfare state» con «Stato assistenziale» credendo di aver scelto un sinonimo. La resa neutra è «Stato sociale»: la fonte stessa avverte che l'altra «ha però sfumatura negativa». In una versione o in un commento, quella scelta lessicale sposta il giudizio del testo senza che nulla nel testo inglese lo autorizzi, ed è un errore di lingua prima che di contenuto.
  • Sostenere che i paesi anglofoni non abbiano uno Stato sociale, o che ne abbiano uno soltanto residuo per povertà di risorse. Ne hanno uno di tipo dichiarato: il regime liberale, in cui i diritti sociali «derivano dalla dimostrazione dello stato di bisogno», definito «residuale» e detto dalla fonte «tipico dei paesi anglosassoni: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti».
  • Sostenere una tesi di attualità con una percentuale ricordata a memoria, o con un «studies show» che non nomina nessuno studio. Un numero senza fonte e senza anno non è una prova ma un'impressione, e un esaminatore che non può controllarlo smette di fidarsi anche del resto. La forma corretta cita la fonte e la data, oppure rinuncia alla cifra e descrive il meccanismo.
  • Presentare il multiculturalismo come la tesi che tutte le culture valgono allo stesso modo. La fonte separa le due cose con precisione: «dal diritto al riconoscimento della eguale dignità di ogni cultura non discende alcun diritto a una presunzione di eguale valore». Riconoscere non è approvare, e confondere dignità e valore consegna all'obiezione più facile una posizione che sarebbe difendibile.

Approfondimento

Resta la domanda che questa sezione pone più spesso in forma implicita: come si cita una fonte in un tema di attualità quando non se ne ha nessuna. Succede regolarmente, perché in sede d'esame non si consultano archivi, e la reazione istintiva è la peggiore: scrivere «studies show that…», «research suggests that…», «it is well known that…». Sono formule che hanno l'aspetto di una prova e non lo sono, perché non nominano nessuno; un lettore che volesse verificarle non saprebbe da dove cominciare, e un esaminatore lo sa. La differenza fra quelle formule e un'affermazione attribuita è misurabile in una parola: il nome. «The entry on the welfare state attributes three aims to A. Briggs» si può controllare; «studies show that welfare works» no. Conviene allora tenere presenti tre gradi diversi di enunciato, perché l'inglese li distingue con mezzi grammaticali precisi. Il primo è il fatto verificabile, e vuole il passato o il present perfect con il complemento della fonte: «the entry records that the British social-security legislation of 1946 and 1948 became a model for other industrial countries». Il secondo è l'affermazione attribuita, e vuole un verbo di dire con il soggetto esplicito: «the source attributes», «Briggs argues», «critics reply». Il terzo è la valutazione, ed è la propria, e va dichiarata tale: «in my view», «I would argue that». Mescolare i tre gradi è l'errore che rende una risposta indistinguibile da un'opinione da bar; tenerli separati è, in pratica, l'intera competenza che la prova misura. Quando non si dispone di una fonte non resta un vuoto, resta un metodo. Al posto della cifra si nomina il meccanismo — perché il divario retributivo si allarga, chi ne guadagna e chi ne perde, quale istituzione lo attenua — e si dichiara apertamente il limite di ciò che si sa: «I do not have a figure I can check, but the mechanism is this». Quella frase, che a molti candidati sembra una confessione di debolezza, è al contrario il segno che chi scrive sa distinguere ciò che ha da ciò che gli mancherebbe, ed è precisamente il criterio con cui si legge un documento autentico. Vale infine l'eccezione, ed è una sola: una cifra citata con la sua fonte e con il suo anno vale più di dieci cifre ricordate. Anche quando è vecchia. Una popolazione data «nel 2008» dice al lettore che cosa è stato misurato e quando, e gli lascia il diritto di aggiornarla; la stessa cifra senza anno gli toglie quel diritto e chiede fiducia al posto della verifica. In un tema di attualità la fiducia non si chiede: si guadagna dichiarando le proprie fonti, e quando non ce ne sono, dichiarando che non ce ne sono.

§ 02

Ripasso attivo

The Treccani entry on the welfare state notes that the English expression is usually rendered in Italian either as «Stato assistenziale» — «che ha però sfumatura negativa» — or as «Stato sociale». In about 150 words, and in English, explain to an English-speaking classmate why an Italian newspaper's choice between those two words already tells the reader what the article is going to argue. Then do the same job in the other direction: take one English word used about people who cross borders, show that Italian has no neutral equivalent for it, and say what a translator loses. Use no statistics of any kind, and make every claim either attributable or openly presented as your own judgement.

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Fonti: Immigrazione — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Welfare state — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Multiculturalismo — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani)

§ 03
§ 03

Dimensione interculturale e cittadinanza globale#

~20 min di lettura●●●ApprofondimentoINOSA-inglese-cultura-civilta-anglofona — Educazione civica e cittadinanza in prospettiva interculturale; dimensione interculturale e confronto con la realtà italiana ed europea

Punti chiave

La cittadinanza sembra il più anagrafico dei dati e non lo è: è una decisione, e ogni comunità politica l'ha presa in modo diverso. Treccani la definisce «condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta»: una relazione, dunque, non una qualità della persona — e ciò che è relazione si concede, si raddoppia, si sospende, si toglie. Il mondo anglofono ne offre il campionario più vario che l'Esame possa chiedere: un'associazione di cinquantasei Stati cui si aderisce per scelta, una decolonizzazione che ha lasciato in eredità confini decisi altrove, un Paese che per legge ha negato la cittadinanza a chi vi era nato e poi l'ha ricostruita con un'elezione. La competenza interculturale non consiste nel dichiararsi aperti: consiste nel leggere un'istituzione come una decisione che poteva essere presa altrimenti, e nel dire quale.
Conviene leggere la definizione per intero, perché contiene già l'argomento. Fra i diritti che quella relazione comporta la fonte annovera «in particolare i diritti politici, ovvero il diritto di voto e la possibilità di ricoprire pubblici uffici»; fra i doveri, «il dovere di fedeltà e l'obbligo di difendere lo Stato, prestando il servizio militare, nei limiti e modi stabiliti dalla legge». Ne discendono due conseguenze che reggono tutto il seguito. La cittadinanza non è definita da ciò che una persona è, ma da ciò che le è permesso e da ciò che le è richiesto: è un elenco, e un elenco si può accorciare senza toccare il nome. E i diritti politici stanno «in particolare» in cima, cioè il voto è il contenuto centrale dello status, non un accessorio. Chi separa la cittadinanza dal voto separa due cose che la definizione tiene insieme, ed è lì che cadranno quasi tutti i casi di questa sezione.
La storia del concetto comincia con la polis, e comincia stretta: si era cittadini «in quanto nati da genitori entrambi liberi e cittadini», i diritti civili si esercitavano «di norma, appena raggiunti i 20 anni» e «a determinate condizioni» di proprietà o di censo, e lo status «si perdeva solo per atimia o per esilio». Negli Stati federali greci i cittadini ne avevano già una doppia, «federale e municipale»: l'appartenenza a più livelli non è un'invenzione europea recente. A Roma la nozione passa come civilitas e si allarga per gradi — nell'89 a.C. a tutti gli uomini liberi d'Italia, nel 212 d.C., con la Constitutio Antoniniana, a tutti gli uomini liberi dell'Impero — e proprio lì nasce il paradosso più utile della sezione: quella concessione pose «le premesse per una successiva eclissi della nozione, eclissi che si protrasse per tutto il Medioevo e per parte dell'età moderna, fino alla fine del 18° secolo». Una cittadinanza estesa a tutti smette di distinguere, e una categoria che non distingue cade in disuso.
Il concetto torna con la Rivoluzione francese, quando «alla figura del suddito si sostituì quella del citoyen, quale componente della nazione e depositario della sovranità»: così l'articolo 3 della Déclaration des droits de l'homme et du citoyen del 1789 e la Costituzione francese del 1791. Ma torna incompleto, e la crepa va riconosciuta perché ricompare più avanti: fra la cittadinanza e l'esercizio dei diritti politici rimase una discrasia, dato che quei diritti spettavano ai soli citoyens actifs, i più benestanti, e la frattura fu «superata soltanto con l'affermazione storica del suffragio universale». Essere cittadini senza votare è possibile, e l'Europa ha tenuto quella condizione per un secolo: è il precedente che rende leggibile il caso sudafricano.
Il metro italiano sta nella legge, ed è il termine di paragone che l'esame chiede di adoperare. La l. n. 91/1992 fissa tre criteri di acquisto: lo ius sanguinis, per cui «è cittadino italiano chi nasce da uno o da entrambi i genitori italiani»; lo ius soli, che non vale per il solo fatto della nascita sul territorio ma interviene se i genitori sono ignoti o apolidi, oppure se il figlio non acquisterebbe la cittadinanza dei genitori in base alla legge del loro Stato; e la volontà dell'interessato, aperta a chi abbia parenti cittadini o una residenza legale e ininterrotta di «dieci anni nel caso dello straniero; cinque in quello dell'apolide». Lo ius soli italiano non è dunque un'alternativa alla discendenza, ma un criterio di chiusura: interviene dove lo ius sanguinis lascerebbe qualcuno senza alcuna cittadinanza. Confrontare significa nominare questa differenza, non allineare due formule latine.
Accanto ai criteri di acquisto sta un divieto, e sembra minore solo a chi non ne conosce la ragione. La Costituzione si occupa della cittadinanza in un punto solo, l'art. 22, «stabilendo il principio per cui non si può essere privati di essa, così come del nome e della capacità giuridica, per motivi politici»; e quel divieto, avverte la fonte, «va inquadrato nella contestazione degli arbitri compiuti dal fascismo», che aveva privato della cittadinanza tutti gli antifascisti in esilio con la l. n. 108/1926 e aveva poi imposto, con il R.d.l. n. 1728/1938, gravi limitazioni alla cittadinanza e alla capacità giuridica dei cittadini di «razza ebraica». Una Costituzione scrive un divieto soltanto dopo che qualcuno ha fatto la cosa vietata: l'articolo esiste perché lo status era stato adoperato come arma. Da qui in avanti il confronto interculturale smette di essere un esercizio di buone intenzioni.
La cittadinanza europea è il caso in cui un'appartenenza si somma invece di sostituirsi, e va citata con le sue due date. È «istituita dal Trattato di Maastricht (1992)»; in base al Trattato di Amsterdam del 1997 non sostituisce la cittadinanza nazionale ma ne rappresenta un complemento. La regola di attribuzione è una riga sola: è cittadino dell'Unione chi possiede la cittadinanza di uno Stato membro. L'Unione, dunque, non naturalizza nessuno; aggiunge diritti verificabili a chi è già cittadino altrove — circolare e soggiornare liberamente nei suoi territori; votare ed essere eletti «alle elezioni comunali e del parlamento europeo nello Stato membro di residenza»; in un Paese terzo dove il proprio Stato non sia rappresentato, «beneficiare della tutela diplomatica e consolare di qualsiasi Stato membro»; rivolgere petizioni al Parlamento europeo. La Fig. 6 dispone i tre livelli in cui quello stesso status si esercita.

I cerchi dell'appartenenza

I cerchi dell'appartenenzacerchi concentrici, 3 anelli, Dati: cittadino, Comune di residenza, Stato membro, Unione Europea (1992)Unione Europea (1992)Stato membroComune di residenzacittadino
Fig. 6Lo stesso status si esercita a tre livelli che si contengono l'un l'altro anziché sostituirsi: chi è cittadino dell'Unione vota e può essere eletto alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento europeo nello Stato membro in cui risiede. In rilievo è l'anello di mezzo, perché decide gli altri due: la cittadinanza europea, istituita a Maastricht nel 1992, spetta a chi possiede già la cittadinanza di uno Stato membro, e dal Trattato di Amsterdam del 1997 non sostituisce quella nazionale ma ne è il complemento. L'Unione, cioè, non naturalizza nessuno. È la stessa forma che il mondo greco conosceva negli Stati federali, dove il cittadino ne aveva una doppia, «federale e municipale».
Fig. 6 ↓
Il modello anglofono da mettere accanto è il Commonwealth, e istruisce perché non assomiglia a nulla di ciò che precede. La parola nasce repubblicana — «ufficialmente il termine fu adottato nel periodo cromwelliano (1649-60) ed equivalse a "Repubblica"» — e solo dagli anni Venti del Novecento passa a designare nazioni che si governano da sé; la sezione sulle istituzioni ne ripercorre per esteso gli atti costitutivi del 1926 e del 1931. Qui conta che cosa quell'appartenenza sia diventata, e le cifre della Fig. 5 lo dicono meglio di qualunque definizione. Al 2022, con l'ingresso in giugno di Togo e Gabon, gli Stati membri sono cinquantasei; di essi «soltanto 16, oltre alla Gran Bretagna, riconoscono come capo dello Stato il sovrano britannico»; e gli unici mai stati colonia britannica sono tre, il Mozambico, il Ruanda ammesso nel 2009 e il Gabon ammesso nel 2022. Il dato decisivo è però l'ultimo: ne faceva parte anche lo Zimbabwe, «ritiratosi nel 2003 dopo essere stato sospeso per mancato rispetto dei diritti umani». Un'appartenenza che si sceglie, che si può perdere per una ragione dichiarata e che si può lasciare prima di perderla: non è quella di uno Stato.

Il Commonwealth in cifre al 2022

Il Commonwealth in cifre al 2022Diagramma ad albero, 4 percorsi, Dati: 56 Stati membri; 16 con il sovrano come capo di Stato; 3 mai colonie britanniche; Zimbabwe, ritirato nel 2003Commonwealth 202256 Stati membri16 con il sovrano come capo di Stato3 mai colonie britannicheZimbabwe, ritirato nel 2003
Fig. 5Quattro dati che si smentiscono a vicenda non appena si prova a definire l'organizzazione con il passato coloniale dei suoi membri: gli Stati membri sono cinquantasei dopo l'ingresso di Togo e Gabon nel giugno 2022, ma soltanto sedici — oltre alla Gran Bretagna — riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato, e tre non sono mai stati colonia britannica: il Mozambico, il Ruanda ammesso nel 2009 e il Gabon ammesso nel 2022. Il ramo marcato porta il dato che decide la questione: lo Zimbabwe si è ritirato nel 2003 dopo essere stato sospeso per mancato rispetto dei diritti umani. Un'associazione che ha uno standard e lo applica, la cui unica sanzione è l'esclusione, e che si può lasciare prima di esserne espulsi.
Fig. 5 ↓
Come quelle appartenenze imperiali si siano sciolte lo dice la voce «Decolonizzazione», che corregge da sola l'immagine corrente. Il processo «trasse il primo avvio dallo svolgimento stesso della colonizzazione»: lo sviluppo economico intrapreso dai governi coloniali, per quanto rivolto all'interesse della madrepatria, mutò le strutture sociali tradizionali e formò gruppi dirigenti istruiti che divennero il motore delle rivendicazioni politiche. E quei gruppi, aggiunge la fonte, «assunsero come propri gli ideali e i metodi politici occidentali ma allo stesso tempo rivendicarono [...] le proprie tradizioni»: è la posizione interculturale presa sul serio, perché si adopera il vocabolario politico di chi governa per contestare chi governa. La politica britannica portò per gradi i territori all'autonomia amministrativa, quella francese mirava all'assimilazione, e le due strade arrivarono allo stesso approdo — lasciando però Stati che «ereditarono i confini delle antiche colonie». Chi traccia una frontiera decide chi sarà cittadino di chi.
Il caso limite, e l'unico interamente chiuso, è il Sudafrica. La segregazione fu praticata «fin dalla nascita (1910) dello Stato sudafricano», con misure come il Natives land act del 1913, «che vietava agli indigeni l'acquisto di terre al di fuori delle riserve (bantustan, pari al 13% del territorio sudafricano)»; fu teorizzata dagli anni Trenta per iniziativa del National party e si sviluppò dopo l'arrivo di questo al governo nel 1948, «a cominciare dal Population registration act del 1950, che stabiliva la sistematica classificazione razziale della popolazione». Dagli anni Sessanta i bantustan ricevettero una formale «autonomia»: lo status veniva spostato fuori dallo Stato in cui si viveva. Dopo il dialogo avviato nel 1990 fra F.W. de Klerk e N. Mandela si tennero nell'aprile 1994 «le prime elezioni a suffragio universale nella storia del paese che sancirono la fine dell'apartheid». Un confronto interculturale che valga il voto si costruisce così: si nomina l'istituzione, la data e la fonte, la si mette accanto alla controparte italiana e si dice dove la traduzione perde qualcosa.

Vocabolario

→ Schede
  • la cittadinanza/la tʃittadiˈnantsa/citizenshipIn inglese «citizenship» è un nome non numerabile: «to be granted citizenship», mai «a citizenship». Va tenuto distinto da «nationality», che nomina il legame con lo Stato riconosciuto dal diritto internazionale, mentre «citizenship» nomina i diritti e i doveri esercitati dentro la comunità politica. L'italiano ha una parola sola per entrambi, e la voce Treccani deve infatti scrivere «cittadinanza-nazionalità» per dire il primo dei due valori.
  • l'appartenenza/lapparteˈnɛntsa/belongingIn inglese «belonging» è astratto e non numerabile, e la collocazione fissa è «a sense of belonging». Trappola quasi automatica: «belongings» al plurale non significa appartenenze, significa effetti personali. Per l'appartenenza formale a un'organizzazione la parola è «membership» («to suspend a country's membership»).
  • l'integrazione/linteɡratˈtsjone/integrationIn inglese «integration» non è sinonimo di «assimilation»: la prima descrive un adattamento reciproco, la seconda l'assorbimento a senso unico nella cultura di arrivo. Treccani segnala che la stessa coppia «integrazione-assimilazione» è oggi contestata nel suo significato, e all'orale conviene dirlo invece di usare i due termini come intercambiabili.
  • il suffragio universale/il sufˈfradʒo univerˈsale/universal suffrageIn inglese l'espressione non prende l'articolo: «universal suffrage was introduced», mai «the universal suffrage». «Suffrage» è non numerabile e formale; il sinonimo idiomatico è «the franchise» («to extend the franchise»). «Suffragette» nomina il movimento storico, non il concetto, e non va usato come traduzione di «suffragio».
  • l'uguaglianza/luɡwaʎˈʎantsa/equalityIn inglese «equality» è non numerabile e la collocazione d'esame è «equality before the law»; al plurale si dice «equal rights», mai «equal right». Non confonderlo con «equity», che indica l'equità nel trattamento, cioè trattare in modo diverso situazioni diverse: sono due tesi politiche differenti e l'esaminatore lo sente.
  • la tolleranza/la tolleˈrantsa/toleranceL'inglese distingue due parole dove l'italiano ne ha una: «toleration» è l'atto politico di sopportare ciò che si avrebbe il potere di reprimere, «tolerance» è la disposizione di chi non si scandalizza. Nessuna delle due equivale ad «acceptance», e nessuna implica parità di diritti: dire «tolerance» quando si intende «equal rights» è l'errore lessicale più costoso di questa sezione.
  • il riconoscimento/il rikonoʃʃiˈmento/recognitionIn inglese «recognition» è non numerabile e la collocazione è «the recognition of cultural identity». Il verbo «to recognise» copre due sensi che qui vanno separati: identificare qualcosa e ammetterla ufficialmente; quando serve il secondo si scrive «to grant official recognition to». La grafia americana è «recognize».
  • l'apolide/laˈpɔlide/a stateless personL'inglese non ha un sostantivo unico: si dice «a stateless person», e il nome astratto è «statelessness». Il calco «apolid» non esiste. È il termine tecnico che regge il criterio italiano dello ius soli, il quale interviene proprio quando il figlio resterebbe «stateless».
  • la naturalizzazione/la naturaliddzatˈtsjone/naturalisationGrafia britannica «naturalisation», americana «naturalization». La forma corrente è passiva e prende l'articolo: «he was naturalised as a British citizen», mai «he became naturalised citizen». Attenzione al confine: uno Stato naturalizza, un'organizzazione internazionale no, e questa è precisamente la differenza fra uno Stato membro e l'Unione Europea.
  • la segregazione razziale/la seɡreɡatˈtsjone ratˈtsjale/racial segregationIn inglese «segregation» è non numerabile e il verbo «to segregate» è transitivo: «the law segregated the population». La parola «apartheid» resta un prestito dall'afrikaans, si scrive con la minuscola e non si traduce: nomina quel sistema sudafricano, non la segregazione in generale, e adoperarla come sinonimo è un errore di merito prima che di lingua.
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Esempio svolto

Una parola italiana, due parole inglesi: dove la traduzione perde qualcosa

L'italiano dice «cittadinanza»; l'inglese dispone di «citizenship» e di «nationality». Mostra che cosa la parola italiana non riesce a tenere separato, servendoti della definizione di Treccani e del caso della cittadinanza europea, e chiudi con una frase in inglese che un esaminatore possa verificare.

  1. 01Fissare la definizione italiana

    La fonte definisce la cittadinanza «condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta». Si osservi che la stessa voce, per parlare del legame dell'individuo con lo Stato, deve ricorrere al composto «cittadinanza-nazionalità»: è l'italiano stesso ad ammettere che una parola sola non basta.

  2. 02Separare i due valori inglesi

    «Nationality» nomina il legame giuridico con uno Stato, quello che un passaporto registra e che il diritto internazionale privato usa come criterio di collegamento. «Citizenship» nomina il fascio di diritti e doveri esercitati dentro la comunità politica: il voto, l'accesso ai pubblici uffici, il dovere di fedeltà. L'inglese li tiene distinti; l'italiano li fa coincidere.

  3. 03Misurare la perdita su un caso

    La cittadinanza europea rende visibile la differenza. È attribuita a chi possiede già la cittadinanza di uno Stato membro e, per il Trattato di Amsterdam del 1997, completa quella nazionale senza sostituirla: l'Unione distribuisce diritti senza rilasciare alcun legame di nazionalità. Chi traduce entrambi i termini con «cittadinanza» appiattisce proprio la distinzione su cui quel meccanismo poggia.

  4. 04Scrivere la frase verificabile

    Si consegna una sola frase inglese, costruita in modo che ogni sua parte poggi su un dato citato: «In Italian, one word covers both nationality — the legal bond with a state — and citizenship — the rights and duties exercised inside a political community; European citizenship shows why the distinction matters, since the Union grants the second to anyone who already holds the first from a member state, and grants the first to no one.»

Risultato: La traduzione perde la distinzione fra il legame e i diritti, e la perdita non è teorica: è ciò che rende incomprensibile, a chi ragiona in italiano, il fatto che l'Unione Europea possa attribuire una cittadinanza senza naturalizzare nessuno.

Esempio svolto

Sostenere una tesi in inglese e formularne l'obiezione più forte

Tesi da sostenere: un'associazione volontaria può legittimamente escludere un membro per una ragione dichiarata, mentre uno Stato non può privare un cittadino del proprio status per una ragione politica. Argomentala in inglese appoggiandoti a due casi citabili, poi costruisci contro di essa l'obiezione più forte che un esaminatore possa muovere.

  1. 01Delimitare la tesi

    Va detto subito che cosa si sta affermando e che cosa no. Non si afferma che l'esclusione sia giusta, né che uno Stato non possa mai revocare una cittadinanza: si afferma che il fondamento dei due poteri è diverso, perché in un caso l'appartenenza è stata scelta e nell'altro no. Una tesi che non si delimita da sola viene delimitata dalla domanda successiva.

  2. 02Portare i due casi misurati

    Primo caso: del Commonwealth faceva parte lo Zimbabwe, ritiratosi nel 2003 dopo essere stato sospeso per mancato rispetto dei diritti umani; la natura volontaria dell'organizzazione era già stata sancita nel 1947 dall'uscita dell'Irlanda e dalla mancata adesione della Birmania. Secondo caso: l'art. 22 della Costituzione italiana vieta di privare qualcuno della cittadinanza per motivi politici, e lo vieta perché il fascismo lo aveva fatto, con la l. n. 108/1926 contro gli antifascisti in esilio.

  3. 03Costruire l'obiezione più forte

    L'obiezione debole è che l'esclusione sia crudele; quella forte è di efficacia e di simmetria. Di efficacia: la sanzione di un'associazione volontaria morde solo su chi non può permettersi di uscirne, e nel caso citato il membro sospeso se ne andò, cioè la sanzione produsse un'uscita e non un adeguamento. Di simmetria: l'art. 22 protegge chi la cittadinanza ce l'ha già e non dice nulla su chi debba ottenerla, sicché uno Stato che non toglie mai nulla a nessuno può comunque non dare nulla a nessuno.

  4. 04Chiudere in inglese con la concessione

    La chiusura riconosce l'obiezione e la usa: «A voluntary association may exclude a member because the member chose to join, and Zimbabwe's withdrawal in 2003 shows the limit of that power — the excluded can always leave first. A state may not strip a citizen for political reasons, as article 22 of the Italian Constitution provides; but that prohibition protects those who are already citizens and says nothing about who may become one.»

Risultato: La tesi regge, ma soltanto nella forma corretta dopo l'obiezione: la differenza fra i due poteri sta nella scelta iniziale, e in entrambi i casi la protezione riguarda chi è già dentro — il che sposta la domanda vera, all'orale come nella realtà, dall'espulsione all'ammissione.

Obiettivo Maturità

  • Confronta i criteri con cui la cittadinanza si acquista, partendo dalla legge italiana e non da un'impressione: la l. n. 91/1992 fissa ius sanguinis, ius soli e volontà dell'interessato, e il suo ius soli è un criterio di chiusura, non un'alternativa alla discendenza. La frase inglese da saper scrivere è questa: «Italian law makes descent the ordinary route to citizenship and uses birth on the territory only where descent would leave the child stateless.»
  • Spiega perché la cittadinanza europea non sia una seconda nazionalità, citando le due date: istituita dal Trattato di Maastricht nel 1992, in base al Trattato di Amsterdam del 1997 non sostituisce la cittadinanza nazionale ma la completa, e spetta a chi possiede già quella di uno Stato membro. Ricava da lì la conseguenza che l'esaminatore cerca: l'Unione attribuisce diritti ma non naturalizza nessuno, e perciò può essere lasciata soltanto lasciando lo Stato che la trasmette.
  • Illustra il Commonwealth con le sue cifre al 2022 anziché con una definizione: cinquantasei Stati membri dopo l'ingresso di Togo e Gabon in giugno; soltanto sedici, oltre alla Gran Bretagna, che riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato; tre membri mai stati colonia britannica; lo Zimbabwe ritiratosi nel 2003 dopo la sospensione per mancato rispetto dei diritti umani. Concludi che si tratta di un'appartenenza volontaria con uno standard dichiarato, non di un impero riverniciato.
  • Analizza l'apartheid come regime di cittadinanza e non come semplice discriminazione sociale: il Population registration act del 1950 stabiliva la classificazione razziale sistematica della popolazione, e dagli anni Sessanta l'«autonomia» formale concessa ai bantustan spostava lo status fuori dallo Stato in cui si viveva. La chiusura del caso è un dato elettorale: le prime elezioni a suffragio universale del paese, nell'aprile 1994, sancirono la fine del regime.
  • Interpreta il paradosso della Constitutio Antoniniana, che nel 212 d.C. estese la cittadinanza a tutti gli uomini liberi dell'Impero e pose con ciò «le premesse per una successiva eclissi della nozione». Adoperalo per rispondere alla domanda che il colloquio pone spesso in forma implicita — a che cosa serve una cittadinanza — e per collegarlo alla discrasia dei citoyens actifs dopo il 1789: uno status che include tutti senza distribuire diritti politici smette di significare qualcosa.

Errori frequenti

  • Trattare la cittadinanza come un dato anagrafico, del tipo «si è cittadini del Paese in cui si nasce». La nascita sul territorio è uno dei criteri possibili e in Italia il più marginale: la l. n. 91/1992 mette al primo posto la discendenza e riserva lo ius soli ai casi in cui il figlio resterebbe apolide. Un confronto interculturale serio nomina i criteri, non i luoghi.
  • Dire che il Commonwealth è «l'impero britannico con un altro nome». La fonte lo esclude su tre punti verificabili: l'appartenenza è volontaria fin dal 1947, quando l'uscita dell'Irlanda e la mancata adesione della Birmania ne sancirono la natura; soltanto sedici membri oltre alla Gran Bretagna riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato; e tre membri non sono mai stati colonia britannica.
  • Presentare la cittadinanza europea come una nazionalità concessa dall'Unione o come una cittadinanza che sostituisce quella nazionale. Il Trattato di Amsterdam del 1997 dice il contrario: è un complemento, e la si ha soltanto possedendo già la cittadinanza di uno Stato membro. La formulazione corretta è che l'Unione aggiunge diritti a uno status che non rilascia.
  • Adoperare «tolleranza», «integrazione» e «uguaglianza di diritti» come se fossero sinonimi, in italiano o in inglese. Tollerare è astenersi dal reprimere ciò che si potrebbe reprimere, e lascia in piedi l'asimmetria; integrare descrive un adattamento reciproco, e la fonte segnala che la coppia integrazione-assimilazione è contestata nel suo stesso significato; l'uguaglianza di diritti è una condizione giuridica che si verifica in un testo di legge.
  • Raccontare l'apartheid come un costume o una mentalità del Sudafrica bianco. Fu un sistema costruito con atti legislativi datati e citabili — il Natives land act del 1913, il Population registration act del 1950 — da un partito arrivato al governo nel 1948, e fu chiuso da un'elezione nell'aprile 1994. Chiamare legge ciò che era legge è la premessa di qualunque giudizio.

Approfondimento

Tre parole circolano insieme in ogni tema di cittadinanza — tolleranza, integrazione, uguaglianza di diritti — e la differenza fra loro è la sola cosa che, in questa sezione, distingue una risposta matura da un elenco di buoni propositi. Tollerare significa astenersi dal reprimere ciò che si avrebbe il potere di reprimere: presuppone un'asimmetria e la lascia intatta, perché chi tollera conserva la facoltà di smettere. Integrare descrive un adattamento reciproco, ma Treccani avverte che la coppia «integrazione-assimilazione» è «ormai contestata nel suo stesso significato e valore», e la ragione è che le due parole nascondono direzioni opposte: nell'assimilazione si muove una parte sola. L'uguaglianza di diritti, infine, non è un atteggiamento ma una condizione giuridica, e si verifica leggendo un testo di legge. La stessa voce compie qui una distinzione che conviene imparare: dal diritto al riconoscimento della pari dignità di ogni cultura non discende alcun diritto a presumerne il pari valore, e le due cose, avverte, sono ben diverse fra loro. Riconoscere pari dignità non impegna dunque a giudicare tutto ugualmente valido; impegna a tre cose concrete, che la fonte elenca: «il diritto a condurre senza interferenze uno stile di vita, con la sola limitazione del principio del danno ad altri», eque opportunità di rappresentazione di quello stile di vita sui media, e un sostegno pubblico alle attività culturali delle comunità. Il caso che tiene insieme le tre parole è il Commonwealth, ed è utile proprio perché non è uno Stato. Non è tolleranza, perché l'organizzazione ha uno standard e lo applica: lo Zimbabwe fu sospeso per mancato rispetto dei diritti umani e nel 2003 si ritirò. Non è assimilazione, perché non chiede omogeneità: soltanto sedici membri oltre alla Gran Bretagna riconoscono il sovrano britannico come capo dello Stato, e tre non furono mai colonie. E non è ancora uguaglianza di diritti, perché la sua natura è rimasta consultiva e la sua unica sanzione è l'esclusione. Resta un'appartenenza che si sceglie e che si può perdere — e questo la avvicina al rischio che Treccani nomina a proposito del multiculturalismo: il pericolo maggiore è quello di fissare ogni gruppo protetto nella forma che ha oggi, impedendogli di rivedere dall'interno la propria cultura. Il rimedio proposto ha una nitidezza che si può portare all'orale: «garantire all'individuo sempre e in qualunque caso il "diritto alla secessione"», cioè subordinare ogni misura che protegge una cultura al dovere di quella comunità di lasciare andare senza ritorsioni chi voglia uscirne. Il Commonwealth lo pratica fra Stati, il multiculturalismo lo discute fra gruppi e individui, e in entrambi i casi la prova che un'appartenenza è libera è una sola: che la si possa lasciare.

§ 03

Ripasso attivo

Treccani's entry on the Commonwealth records that Zimbabwe withdrew in 2003 after being suspended for failing to respect human rights, while article 22 of the Italian Constitution forbids depriving anyone of citizenship for political reasons. In about 180 words, and in English, explain why a voluntary association may legitimately exclude a member for a declared reason while a state may not strip a citizen for one — and then state the strongest objection to your own answer, the one an examiner would raise if you stopped at the first half.

Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema→

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Cittadinanza — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Commonwealth — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Multiculturalismo — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani)

§ 04
§ 04

Analisi di documenti autentici e collegamenti interdisciplinari#

~23 min di lettura●●●ApprofondimentoINOSA-inglese-cultura-civilta-anglofona — Documenti autentici e prospettiva CLIL; analisi di testi giornalistici, audiovisivi, multimediali di carattere culturale

Punti chiave

Un documento autentico non è un testo con parole difficili: è un testo che qualcuno ha scritto per convincere qualcuno, e leggerlo significa ricostruire quell'intenzione. Questa è l'ultima sezione dell'ultimo argomento e non aggiunge contenuti: consegna un metodo, e il metodo è già noto, perché è quello che la materia adopera da quando ha incontrato il primo testo letterario — osservare il dato, nominarlo con la parola esatta, dimostrare. Cambia l'oggetto, e con l'oggetto cambia una cosa sola: chi scrive un articolo, un comunicato o una pagina istituzionale non cerca di essere bello, cerca di essere creduto. Da qui discendono le quattro domande da porre a un documento, i tre gradi di cui è fatta ogni affermazione e il protocollo in otto passaggi del videoExplainer, che è la procedura da eseguire davanti a un testo mai visto.
La prima mossa è nominare il genere, perché ogni genere promette una cosa diversa e su quella promessa il testo va misurato. Il resoconto di cronaca — in inglese «a news report» — promette di dire che cosa è accaduto, e si giudica sui fatti che riporta e sulle fonti che nomina. L'editoriale e l'«op-ed» promettono un'opinione argomentata e firmata: non sono meno seri, sono un altro patto, e chiedere loro imparzialità significa non avere riconosciuto il genere. Il comunicato ufficiale promette la posizione di un'istituzione ed è scritto anche per essere citato: le sue parole sono state scelte una per una. La pagina web istituzionale descrive un ente a chi lo consulta e insieme a sé stesso. L'intervista riporta le parole di qualcuno, e le domande fanno parte del testo quanto le risposte. L'infografica chiede di fidarsi di una selezione che non si vede.
Stabilito il genere, la Fig. 7 dispone le quattro domande che seguono, e le prime due riguardano i due capi della comunicazione: chi firma il documento e a chi lo indirizza. Un testo firmato risponde di sé; un testo non firmato fa rispondere la testata; un testo istituzionale fa rispondere l'ente, e nessun ente è neutrale quando parla di sé. Ne discende una distinzione che conviene dire per intero all'esame: un documento prodotto da un'istituzione intorno alla propria attività è una fonte diretta su ciò che quella istituzione sostiene e una fonte indiretta su ciò che accade nel mondo. Il destinatario, poi, è quasi sempre scritto dentro il testo, e si legge nei pronomi: chi è il «we» del documento, chi è compreso nel «our». Una pagina che scrive «our members» sta parlando ai propri iscritti, e chi non lo è sta leggendo un testo che non era per lui. Non è una finezza: è ciò che spiega le omissioni.

Le quattro domande da fare a un documento

Le quattro domande da fare a un documentoDiagramma ad albero, 4 percorsi, Dati: Chi lo firma; A chi si rivolge; Che cosa non dice; Con quali parole valutaLeggere un documentoChi lo firmaA chi si rivolgeChe cosa non diceCon quali parole valuta
Fig. 7Le domande si pongono in quest'ordine, e l'ordine non è indifferente. Le prime due si rispondono con il paratesto — la firma, la testata, la sezione, i pronomi del testo — e costano pochi secondi, ma orientano tutto il resto. La terza chiede che cosa il documento tace, e richiede di sapere qualcosa del campo: la voce che manca, il numero senza la sua base, l'agente nascosto da una forma passiva. La quarta è segnata sulla tavola perché è quella che separa una risposta da otto da una da sei: chiede con quali parole il testo valuta ciò di cui parla, e le si risponde soltanto citando una parola e dicendo che cosa fa. È l'unica delle quattro la cui risposta porta con sé la propria prova; le altre tre si possono affermare, questa si deve mostrare.
Fig. 7 ↓
Tutto il resto poggia su una distinzione sola, quella che la Fig. 8 dispone in colonna: in un documento convivono tre gradi di affermazione e soltanto il primo si può verificare. Si prendano tre frasi costruite qui per l'esercizio e non tratte da un testo reale. «The government announced the new rules on Tuesday» riporta un fatto: che l'annuncio sia avvenuto si può controllare altrove, e il documento se ne assume la responsabilità. «Critics argue that the rules came too late» attribuisce: il testo garantisce che qualcuno lo sostenga, non che sia vero, e la domanda diventa chi siano quei «critics» e se il documento li nomini. «The rollout was a shambles» valuta: non resta nulla da controllare nel mondo, perché la frase dice qualcosa di chi scrive. Le formule inglesi da avere pronte sono tre — «the article reports that», «the writer argues that», «the text implies that» — più una constatazione che da sola vale un punto: «the source is not named».

I tre gradi di un'affermazione

I tre gradi di un'affermazionecolonna stratificata, 3 strati, Dati: Il fatto riportato, L'affermazione attribuita, La valutazione di chi scriveIl fatto riportatothe article reports that XL'affermazione attribuitathe article attributes to Y the claim that XLa valutazione di chi scrivethe writer describes X as a failure
Fig. 8La colonna scende dal grado che si può controllare a quello che non si può controllare affatto, e accanto a ciascuna banda sta la formula inglese con cui renderlo. Il primo grado è il fatto riportato: il documento se ne assume la responsabilità e chi legge può verificarlo altrove — ed è la banda campita, perché è l'unica che regga da sola. Il secondo è l'affermazione attribuita: il testo garantisce che qualcuno la sostenga, non che sia vera, e la resa corretta nomina insieme la fonte e la distanza da essa; se poi la fonte non è nominata, quella è già una constatazione da scrivere. Il terzo è la valutazione di chi scrive, che non aggiunge nulla di controllabile sul mondo e dice invece qualcosa dell'autore. Le tre bande hanno la stessa altezza perché fra loro non c'è alcuna proporzione da misurare: ciò che le separa è la verificabilità, non la quantità.
Fig. 8 ↓
Il grado più difficile da isolare è il terzo, perché la valutazione quasi mai si presenta come tale: viaggia dentro le parole. L'argomento offre su questo un esempio sorvegliato e non politico. Alla voce «welfare state» l'enciclopedia registra che l'espressione, la quale vale «Stato del benessere», è «entrata nell'uso in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale» ed «è tradotta di solito in italiano come Stato assistenziale (che ha però sfumatura negativa) o Stato sociale». Una sola istituzione, due nomi italiani, due atteggiamenti — e a dirlo non è l'impressione di chi legge, è il repertorio. Ciò che i due nomi designano non cambia: gli obiettivi restano i tre che la stessa voce attribuisce ad A. Briggs — un tenore di vita minimo, la sicurezza di fronte agli eventi sfavorevoli, l'accesso di tutti a servizi fondamentali quali l'istruzione e la sanità. Cambia soltanto ciò che il nome chiede al lettore di provare, e questo è il lessico connotato: è la quarta delle domande della tavola, e la sola alla quale non si possa rispondere senza citare.
Accanto al lessico sta il registro, che si legge da segnali contabili e perciò dimostrabili: le contrazioni, i verbi frasali, il lessico di origine latina, la lunghezza dei periodi, la presenza o l'assenza della prima persona. Un testo formale non è più vero di uno colloquiale; dichiara soltanto di rivolgersi a un lettore diverso, e un documento che passi dal formale al colloquiale in un punto preciso sta indicando dove desidera essere ricordato. Alla stessa famiglia di indizi appartiene la varietà d'inglese in cui il testo è scritto: «colour» e «centre» non sono soltanto un'altra grafia rispetto a «color» e «center», sono la prima informazione che il documento dà su di sé, cioè dove è stato pubblicato e per chi. Un argomento intitolato ai paesi anglofoni al plurale dice già che l'inglese non è una cosa sola; in sede di analisi la conseguenza è pratica, e la varietà va nominata quando è visibile invece di essere corretta.
Resta la terza domanda, quella che si dimentica sempre, e chiede di leggere le assenze: che cosa il documento non dice. Tre se ne trovano quasi ovunque. La prima è la voce mancante — se il testo riporta le ragioni di una parte e non dell'altra, la selezione è già un argomento, e in inglese si scrive «the text does not report the view of». La seconda è il numero senza la sua base: un dato di cui non si dica su che cosa è calcolato non si può discutere, e la formula è «no figure is given for». La terza è l'agente scomparso, che l'inglese nasconde meglio dell'italiano: la forma passiva senza complemento d'agente, del tipo «mistakes were made» o «it was decided», e la nominalizzazione, che trasforma un'azione con un responsabile in una cosa che sembra non averne. Segnalare un'assenza non è un'obiezione: è una constatazione che si verifica riga per riga.
La mossa successiva è confrontare la data con ciò che si sa. Un documento è la prova di un momento, non dello stato presente del mondo, e la domanda utile non è se sia aggiornato, ma che cosa il suo autore potesse sapere mentre lo scriveva. Anche il lessico è datato, e talvolta lo si dimostra con la fonte in mano: l'espressione «welfare state» entra nell'uso in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale, e il sistema britannico di sicurezza sociale nasce da «un'apposita legislazione del 1946 e del 1948» che «si impose come modello per gli altri paesi industriali», sicché un testo che presenti quella parola come una novità si colloca da sé. Se il documento non porta data, la cosa da scrivere è che non la porta: è un risultato dell'analisi, non un suo fallimento. Riempire quel vuoto con una data probabile è l'errore più grave di questa prova.
La prospettiva CLIL, che il programma associa proprio ai documenti autentici, chiede di usare l'inglese per studiare qualcos'altro, e il collegamento interdisciplinare è la sua forma d'esame. Un collegamento non è un argomento in comune: è una domanda alla quale due discipline rispondono in modo diverso, e ciò che il candidato ha da dire è la differenza fra le due risposte. Con la storia il documento è la traccia di una decisione: la Chiesa d'Inghilterra si distaccò da Roma quando Enrico VIII «fece approvare dal Parlamento (1533) una serie di misure», e alla domanda su chi avesse l'autorità di decidere la storia risponde con un voto, l'inglese con le parole in cui quel voto fu scritto. Con l'educazione civica il perno è una parola sola: nel diritto romano, ricorda la voce «cittadinanza», «civilitas» designava l'appartenenza alla «civitas», e la cittadinanza europea, istituita dal Trattato di Maastricht (1992), non sostituisce quella nazionale ma «ne rappresenta un complemento» in base al Trattato di Amsterdam (1997). Perciò «citizen», in un documento inglese, non è mai descrittivo: nomina uno status, e quale status sia in gioco è già la tesi.
Il terzo collegamento, quello con le discipline scientifiche, è il punto in cui si sbaglia per eccesso di volontà: si cerca un contenuto in comune e, non trovandolo, lo si inventa. La mossa onesta è un'altra ed è esattamente la mossa CLIL: ciò che le due discipline condividono non è una nozione, è un documento. La stessa voce che definisce il welfare colloca fra i suoi obiettivi l'accesso di tutti a servizi fondamentali «quali l'istruzione e la sanità»; una pagina in inglese su un servizio sanitario si legge con il protocollo di questa sezione — chi la firma, a chi si rivolge, che cosa riporta e con quali parole valuta — e ciò che le scienze aggiungono è la verifica di quanto vi è affermato. All'Esame la sezione si presenta in due forme, la comprensione di un testo mai visto con produzione scritta e il documento da cui muove il colloquio; in entrambe la frase che vale il voto è la stessa e sta in fondo: «On the evidence of this text alone, I can say that X; I cannot say whether Y.»

Vocabolario

→ Schede
  • il documento autentico/il dokuˈmento auˈtɛntiko/authentic documentIn inglese «authentic» significa non adattato per la didattica, non «genuino» in senso morale: un testo autentico può benissimo essere di parte. Per la copia originale di un atto si dice «the original document»; «authentic» come sinonimo di «vero» è un falso amico.
  • la fonte/la ˈfonte/the sourceIn inglese «source» vale sia il documento sia la persona che informa; per la testata si dice «the publication» o «the outlet». La formula d'esame è «according to the source», e la constatazione fissa, quando la fonte manca, è «the source is not named».
  • l'attendibilità/lattendibiliˈta/reliabilityIn inglese «reliability» si predica della fonte, «credibility» di chi parla e «accuracy» dei singoli dati: sono tre giudizi diversi e l'esame li distingue. L'aggettivo è «reliable»; «trustworthy» si dice delle persone, non dei documenti.
  • l'editoriale/leditoˈrjale/the opinion pieceIn inglese britannico «a leader» o «an editorial» è l'articolo non firmato che esprime la linea della testata, mentre «an op-ed» è firmato da chi non vi lavora. «Editor» significa direttore o redattore, mai «editore», che si dice «publisher».
  • il lessico connotato/il ˈlɛssiko konnoˈtato/loaded languageIn inglese «loaded language» e «loaded words» sono le rese correnti; l'aggettivo per la singola parola è «loaded» o «emotive». Da evitare il calco «connoted language», che non esiste; «connotation» invece si usa: «the word carries a negative connotation».
  • la faziosità/la fattsjosiˈta/biasIn inglese «bias» è non numerabile nell'uso critico («the text shows a clear bias»), e l'aggettivo è «biased», mai «bias», che è soltanto il sostantivo. Attenzione alla forza: «biased» accusa, «one-sided» descrive, e la seconda si dimostra più facilmente della prima.
  • la sfumatura/la sfumaˈtura/shade of meaningIn inglese la resa più sicura è «shade of meaning»; «nuance» funziona ma è più letteraria e al plurale indica le sfumature complessive di un testo, come in «the nuances of the argument». Da evitare «shadow», che è l'ombra: «a shadow of meaning» non significa nulla.
  • l'intenzione comunicativa/lintenˈtsjone komunikaˈtiva/communicative purposeIn inglese la coppia d'esame è «purpose and audience»; «the writer's purpose is to inform, to persuade or to entertain». Da evitare «intention», che sposta il discorso su ciò che l'autore aveva in mente e non è dimostrabile dal testo.
  • il giudizio di valore/il dʒuˈdittsjo di vaˈlore/the value judgementIn inglese si scrive «value judgement» in Gran Bretagna e «value judgment» negli Stati Uniti: la grafia stessa è un indizio di varietà. Il verbo che l'accompagna è «to make a value judgement», mai «to do».
  • il collegamento interdisciplinare/il kolleɡaˈmento interdiʃipliˈnare/the cross-curricular linkIn inglese «cross-curricular link» è la resa scolastica corrente; in ambito accademico si dice «an interdisciplinary connection». La formula che regge in sede d'esame è «the two subjects answer the same question differently», non «both subjects deal with».
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Esempio svolto

Assegnare il grado a tre frasi costruite per l'esercizio

Si considerino le tre frasi seguenti, costruite per questo esercizio e non tratte da un documento reale: (a) «The Department published the new guidance on Tuesday.» (b) «Head teachers argue that the guidance arrived too late.» (c) «The rollout was a shambles.» Assegna a ciascuna il suo grado, di' che cosa il testo garantisce in ciascun caso e riscrivi le tre frasi in inglese con la distanza critica che l'analisi richiede.

  1. 01Leggere il verbo

    Il grado si legge quasi sempre sul verbo principale. «Published» è un verbo di azione con un soggetto identificato e una data: primo grado. «Argue» introduce le parole di qualcun altro e sospende la responsabilità di chi scrive: secondo grado. «Was», seguito da un nome che porta già un giudizio, non descrive un'azione ma la qualifica: terzo grado. Per ora nessuna interpretazione, soltanto la forma.

  2. 02Dire che cosa il testo garantisce

    In (a) il documento si assume la responsabilità di un fatto datato, e chi legge può cercarne conferma altrove. In (b) garantisce soltanto che quei dirigenti lo sostengano: la verità del contenuto resta fuori dal testo. In (c) non garantisce nulla sul mondo, perché la frase è informativa su chi scrive e non su ciò di cui scrive.

  3. 03Riscrivere con la distanza

    «The article reports that the Department published the new guidance on Tuesday.» — «The article attributes to head teachers the claim that the guidance arrived too late.» — «The writer describes the rollout as a shambles.» La terza riscrittura è quella che frutta di più, perché sposta il giudizio dal fatto a chi lo pronuncia senza discuterlo e senza approvarlo.

  4. 04Registrare ciò che manca

    Tre righe bastano a mostrare due assenze. In (b) nessun dirigente è nominato e non si dice quanti siano: «the source is not named». In (c) non è dato alcun criterio per cui la cosa sarebbe un fallimento: «no criterion is given for». Le assenze si registrano, non si commentano, e ciascuna vale una riga.

Risultato: Le tre frasi risultano assegnate ai tre gradi — fatto riportato, affermazione attribuita, valutazione — e riscritte in una forma che si può controllare parola per parola sul testo. Il risultato non è un giudizio sul documento, che qui nemmeno esiste, ma la prova che chi risponde sa distinguere ciò che un testo garantisce da ciò che si limita a riferire: è precisamente la differenza fra comprendere e analizzare.

Esempio svolto

Leggere una coppia di nomi: «Stato assistenziale» o «Stato sociale»

Alla voce «welfare state» l'enciclopedia registra che l'espressione, la quale vale «Stato del benessere», è «entrata nell'uso in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale» ed «è tradotta di solito in italiano come Stato assistenziale (che ha però sfumatura negativa) o Stato sociale». Spiega che cosa cambia in un testo a seconda del nome che sceglie e scrivi in inglese la conclusione dell'analisi, con il suo limite.

  1. 01Registrare ciò che dice la fonte

    Tre dati, e tutti e tre stanno nella stessa frase: l'espressione inglese nasce in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale; l'italiano ha due rese correnti; una delle due porta, per dichiarazione della voce stessa, una sfumatura negativa. Il terzo dato è quello raro e prezioso, perché la connotazione non è qui un'impressione del lettore ma un'informazione registrata.

  2. 02Isolare ciò che non cambia

    I due nomi designano la stessa cosa. La voce attribuisce ad A. Briggs i tre obiettivi del welfare — un tenore di vita minimo per tutti, la sicurezza di fronte agli eventi sfavorevoli, l'accesso di tutti a servizi fondamentali quali l'istruzione e la sanità — ed elenca gli stessi quattro strumenti, cioè corresponsioni in denaro, servizi in natura, benefici fiscali e regolamentazione. Cambiando il nome, nessuno di questi elementi si muove.

  3. 03Nominare il fenomeno

    Poiché il referente resta identico e l'atteggiamento richiesto al lettore no, ciò che si osserva è lessico connotato, in inglese «loaded language». La particolarità del caso è la sua dimostrabilità: di solito una diagnosi di faziosità poggia sull'impressione di chi legge, mentre qui è il repertorio a registrare la sfumatura, e una prova documentata vale più di un'intera pagina di sospetti.

  4. 04Concludere dichiarando il limite

    Si scrive la conclusione in due frasi: «Choosing between "Stato assistenziale" and "Stato sociale" is not a translation problem: the two names refer to the same institution and ask the reader for two different attitudes towards it. On the evidence of the entry alone, I can say that the negative shade is recorded by the reference work itself; I cannot say which name a given writer would choose, or why.» La seconda frase è quella che rende difendibile la prima.

Risultato: L'analisi stabilisce che la scelta fra i due nomi italiani non riguarda la traduzione ma il giudizio, e lo stabilisce con una prova esterna anziché con un'impressione. Il significato del risultato è generale: quando una lingua offre due nomi per una stessa cosa, il nome scelto è già una posizione, ed è il primo luogo in cui cercare l'intenzione di chi scrive.

Spiegazione passo passo8 passaggi
  1. 1

    Hai davanti un documento che non hai mai visto e pochi minuti per parlarne. Non cominciare a tradurre. La prima cosa da stabilire è di che genere si tratta, perché ogni genere promette una cosa diversa: un resoconto promette fatti, un editoriale un'opinione argomentata, un comunicato la posizione di un'istituzione. Il genere ti dice su che cosa il testo va giudicato.

  2. 2

    Seconda mossa: cerca la firma, poi cerca il destinatario. Chi risponde di questo testo, una persona, una testata o un ente? E a chi parla? Il destinatario è quasi sempre scritto nei pronomi: guarda chi è compreso nel «we» e nel «our». Un ente che parla di sé non è neutrale su di sé, e dirlo non è un'accusa, è una constatazione.

  3. 3

    Terza mossa: passa il testo al setaccio dei tre gradi. Segna in un modo i fatti che il documento riporta assumendosene la responsabilità, in un altro le affermazioni che attribuisce a qualcun altro, in un terzo le valutazioni di chi scrive. Se il testo attribuisce senza nominare la fonte, annotalo subito: è una delle poche osservazioni che nessuno può contestarti.

  4. 4

    Quarta mossa, ed è quella che frutta di più: cerchia le parole che portano il giudizio. Non gli aggettivi in generale, ma le parole che chiedono al lettore un atteggiamento invece di dargli un'informazione. Tieni a mente l'esempio sicuro: una stessa istituzione si chiama in italiano «Stato assistenziale» oppure «Stato sociale», e il repertorio stesso avverte che la prima resa ha sfumatura negativa. Il giudizio sta nel nome, non nella cosa.

  5. 5

    Quinta mossa: chiediti che cosa il documento non dice. Quale voce non compare? Quale numero è dato senza dire su che cosa è calcolato? Chi è sparito dentro una forma passiva senza agente? Un'assenza si scrive in una riga sola, per esempio «the text does not say who decided», e in sede di correzione pesa quanto un'osservazione sul contenuto.

  6. 6

    Sesta mossa: guarda la data e confrontala con quello che sai. Un documento è la prova di un momento, non dello stato presente del mondo, e la domanda giusta è che cosa il suo autore potesse sapere mentre scriveva. Se la data non c'è, scrivi che non c'è. Non colmare mai un vuoto con una data probabile: è l'unico errore che non ti verrà perdonato.

  7. 7

    Settima mossa: costruisci la risposta in inglese, e costruiscila nell'ordine in cui hai lavorato. Una frase per il genere e la firma, una per la tesi del testo, due per la prova — il grado dell'affermazione e la parola che valuta — una per l'assenza che hai trovato, una per il collegamento. Sei frasi, tutte verificabili sul testo. Le formule sono sempre le stesse: «the article reports that», «the writer argues that», «the source is not named».

  8. 8

    Ultima mossa, e non saltarla: chiudi dicendo che cosa la tua lettura non può stabilire. «On the evidence of this text alone, I can say that the writer opposes the measure; I cannot say whether the measure failed.» È la frase che distingue chi ha analizzato un documento da chi lo ha creduto, ed è l'ultima cosa che questa materia ti chiede di saper fare.

Obiettivo Maturità

  • Classifica il genere di un documento prima di analizzarlo e di' che cosa quel genere promette: il resoconto promette fatti verificabili e fonti nominate, l'editoriale un'opinione argomentata e firmata, il comunicato la posizione di un'istituzione, l'intervista le parole di qualcuno raccolte da chi ha scelto le domande. La frase inglese da saper scrivere è questa: «This is an opinion piece, not a news report: it is signed, and it argues for a position instead of recording an event.»
  • Analizza tre frasi del documento assegnando a ciascuna il suo grado — fatto riportato, affermazione attribuita, valutazione di chi scrive — e di' in ciascun caso che cosa il testo garantisce e che cosa no. Le rese che un esaminatore riconosce sono «the article reports that X», «the article attributes to Y the claim that X» e «the writer describes X as»; se la fonte manca, aggiungi «the source is not named», che è una constatazione e non un'opinione.
  • Commenta il lessico che porta il giudizio partendo dall'esempio sorvegliato di questo argomento: una stessa istituzione è resa in italiano come «Stato assistenziale» — e la voce annota che tale resa «ha però sfumatura negativa» — oppure come «Stato sociale». Mostra che il referente non cambia, perché restano i tre obiettivi attribuiti ad A. Briggs, e che cambia soltanto l'atteggiamento richiesto al lettore. In inglese: «The choice between the two Italian names is not a translation problem: it is already a judgement.»
  • Giustifica un collegamento interdisciplinare mostrandone la forma anziché l'argomento: una domanda sola alla quale due discipline rispondono in modo diverso. Esempio d'esame: chi decide che cosa una comunità deve ai propri membri? La storia risponde con l'atto che lo ha stabilito, l'educazione civica con lo status di chi ne è coperto, l'inglese con le parole che il documento sceglie per nominarlo. Un contatto tematico — «anche in storia si parla di questo» — non è un collegamento e non vale punti.
  • Interpreta le assenze del documento e chiudi nominando il limite della tua lettura. Le assenze da cercare sono tre — la voce che non compare, il numero senza la sua base, l'agente nascosto in una forma passiva — e ciascuna si scrive in una riga sola: «the text does not report the view of», «no figure is given for», «it is not said who decided». La frase finale è invariabile e vale il voto: «On the evidence of this text alone, I can say that X; I cannot say whether Y.»

Errori frequenti

  • Riassumere il documento invece di analizzarlo. Il riassunto dice di che cosa il testo parla, l'analisi dice come e perché lo dice. La forma corretta nomina il genere, l'intenzione e almeno una prova testuale: «The text is an opinion piece which argues that X, and the judgement is carried by the word Y.» Un riassunto, per quanto accurato, resta al livello della comprensione e non può salire oltre.
  • Trattare come un fatto un'affermazione che il documento attribuisce a qualcun altro. Quando il testo scrive «critics argue that», garantisce soltanto che qualcuno lo sostenga: la verità del contenuto resta fuori. La forma corretta è «the article attributes to critics the claim that», e se il documento non dice chi siano quei critici la constatazione da scrivere è «the source is not named».
  • Dichiarare oggettivo un testo perché non usa la prima persona. Il giudizio viaggia nel lessico e nella selezione molto più che nei pronomi, e l'esempio sicuro è la coppia «Stato assistenziale» / «Stato sociale»: due nomi per la stessa istituzione, dei quali il primo porta — lo dice il repertorio, non il lettore — una sfumatura negativa. La forma corretta è citare la parola e dire che cosa fa, non attribuire al testo una neutralità che nessun testo ha.
  • Presentare come collegamento un contatto di argomento — «anche in storia si parla di questo» — oppure una coincidenza di date. Un collegamento è una domanda alla quale due discipline rispondono in modo diverso, e la risposta deve nominare la differenza: «History answers with the act that settled it; English answers with the words the document chose.» Senza differenza non c'è collegamento, c'è una ripetizione.
  • Colmare un vuoto del documento con un dato che il documento non porta: una data probabile, una cifra ricordata, il nome di chi si suppone abbia deciso. L'assenza è un risultato dell'analisi e si scrive come tale — «the text carries no date», «no figure is given for». Un dato inventato non è un errore di lingua ma di metodo, ed è l'unico che invalida l'intera risposta.

Approfondimento

Il collegamento è la richiesta che chiude il colloquio ed è anche quella su cui si perdono più punti, perché quasi tutti la intendono come un elenco di contatti tematici: anche in storia si parla di Stato sociale, anche in educazione civica si parla di cittadinanza. Un contatto tematico non è un collegamento. Un collegamento è una domanda alla quale due discipline rispondono in modo diverso, e ciò che il candidato ha da dire non è la domanda ma la differenza fra le risposte. Da qui si ricavano tre prove a cui sottoporre qualunque collegamento prima di portarlo. La prima: la domanda deve potersi formulare senza nominare nessuna delle due materie. Se per enunciarla occorre dire «in inglese», non è una domanda, è un titolo di paragrafo. La seconda: ciascuna disciplina deve poterle rispondere con una prova propria — un atto, una data, un articolo di legge, una parola del testo — e non con una generalità. La terza, che è quella decisiva: le due risposte devono differire. Se coincidono, il collegamento è una ripetizione, e l'esaminatore lo sente subito. Si prenda una domanda costruita sui materiali di questo argomento: chi decide che cosa una comunità deve ai propri membri, e con quali parole lo dice? La storia risponde con un atto e con la sede in cui fu deliberato: la rottura con Roma passò da «una serie di misure» fatte approvare «dal Parlamento (1533)», e il sistema britannico di sicurezza sociale nacque da «un'apposita legislazione del 1946 e del 1948». L'educazione civica risponde con uno status e con i suoi confini: la cittadinanza europea, istituita dal Trattato di Maastricht (1992), non sostituisce quella nazionale ma «ne rappresenta un complemento» in base al Trattato di Amsterdam (1997), sicché chi conta come membro è esso stesso una decisione. L'inglese risponde con le parole del documento: la stessa istituzione si chiama «welfare state», e in italiano «Stato assistenziale», resa che «ha però sfumatura negativa», oppure «Stato sociale». Tre risposte diverse a una domanda sola: questo, e non l'elenco degli argomenti, è un collegamento. La forma della frase in inglese è fissa e conviene impararla, perché è la stessa in qualunque colloquio: «The same question — who decides what a community owes its members? — is answered differently by the three subjects: history answers with the act that settled it, civic education with the status of the people it covers, and English with the words the document chooses to name it. Setting the three answers side by side shows that naming is not a consequence of the decision but a part of it.» Si osservi la struttura: una domanda, tre risposte nominate una per una, una conclusione che dice che cosa si vede soltanto tenendole insieme. Nessuna delle tre frasi afferma qualcosa che non si possa controllare. Restano due avvertenze. La prima riguarda la coincidenza cronologica, che è la falsa parente del collegamento: due fatti accaduti nello stesso anno non hanno per ciò stesso nulla da dirsi, e un collegamento fondato su una data è il più facile da smontare. La seconda riguarda l'estensione: un collegamento si prepara in due frasi, non in due minuti, e la sua prova è che si possa dire in trenta secondi senza perdere nulla. Se non ci si riesce, non è ancora un collegamento: sono due esposizioni messe vicine.

§ 04

Ripasso attivo

Treccani's entry for «welfare state» records that the English expression, which had entered use in Britain during the Second World War, is usually rendered in Italian either as «Stato assistenziale» — «che ha però sfumatura negativa» — or as «Stato sociale». In about 180 words, and in English, explain what a reader may legitimately infer about a document from its choice between two names for the same institution, and state clearly what such a choice does not prove. Use the three grades of a statement, quote one of the two names as your evidence, and close with one sentence naming the limit of what your reading can establish.

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Fonti: Welfare State — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Cittadinanza — Enciclopedia on line (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Verificato · 07/2026 · Versione completa tramite il livello di profondità — stesso punto, stesse ancore

Contenuti

Sezione -- / 04

    • 01Storia e istituzioni dei paesi anglofoni◐
    • 02Società e questioni di attualità◐
    • 03Dimensione interculturale e cittadinanza globale●
    • 04Analisi di documenti autentici e collegamenti interdisciplinari●

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Cultura e civiltà dei paesi anglofoni (storia, società, attualità)

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Riferimenti e fonti

Fonti

Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani

  • Commonwealth — Enciclopedia on line
  • Common law — Enciclopedia on line
  • Parlamento — Enciclopedia on line
  • Immigrazione — Enciclopedia on line
  • Welfare state — Enciclopedia on line
  • Multiculturalismo — Enciclopedia on line
  • Cittadinanza — Enciclopedia on line

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento

Vedi anche

  • Le origini e il Medioevo (Old and Middle English, Chaucer)La stessa conquista del 1066 che declassa l'inglese a lingua parlata fonda il common law attorno alla curia regis. Le due conseguenze si studiano di solito separate: leggerle insieme è un collegamento che al colloquio regge una domanda di seguito.
  • Puritanesimo, Restaurazione e il Seicento (Milton)«Commonwealth» è ufficialmente la parola del periodo cromwelliano (1649-60), quando valeva «Repubblica», e in quegli stessi anni la Chiesa anglicana diventa calvinista e presbiteriana. È l'argomento che spiega perché il nome dell'organizzazione odierna suoni repubblicano.
  • La letteratura americana (Whitman, Fitzgerald, the Lost Generation)Nel 1783 la guerra d'indipendenza americana fa crollare il primo impero coloniale inglese: la letteratura che nasce da quella separazione è il primo caso di una cultura anglofona che si dichiara autonoma.
  • La letteratura contemporanea e postmodernaLa decolonizzazione e il multiculturalismo che questo argomento documenta come processi storici sono, là, la materia dei romanzi. Conviene studiare i due argomenti nello stesso giorno: le date stanno qui, le voci stanno lì.

Argomento precedente

La letteratura americana (Whitman, Fitzgerald, the Lost Generation)

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