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Il Settecento è il secolo in cui la letteratura italiana torna a rivendicare una funzione civile. Gli illuministi milanesi e napoletani scrivono per riformare le leggi, l'economia e i costumi, e chiedono alla lingua di essere utile prima che bella; Parini trasforma la satira in un atto di accusa contro l'aristocrazia; Goldoni sostituisce alle maschere della commedia dell'arte personaggi scritti e riconoscibili; Alfieri fa della tragedia il luogo in cui un individuo solo si oppone al potere e ne resta schiacciato. Sono quattro risposte diverse alla stessa domanda — che cosa può fare uno scrittore in una società che sta cambiando — e l'Esame le chiede quasi sempre in relazione fra loro.
4 sezioni~26 min di lettura3 competenzeVerificato · 08/2026
livello base
Conosci le idee-cardine dell'Illuminismo e sai riconoscere e contestualizzare un testo di Parini, Goldoni o Alfieri individuandone genere, temi e finalità civile.
livello avanzato
Negli indirizzi a forte vocazione umanistica e linguistica (Classico, Linguistico, Scienze Umane) approfondisci i rapporti con l'Illuminismo europeo (Voltaire, Montesquieu, Rousseau) e l'analisi stilistico-metrica dei testi, mentre allo Scientifico si valorizza il nesso fra ragione illuministica e metodo razionale.
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La geografia dell'Illuminismo italiano
Le tre risposte alla domanda «quale italiano si scrive»
Vocabolario
→ SchedeLeggi questa proposizione, ispirata a Beccaria: «Affinché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi». Spiega quali principi illuministici vi si riconoscono.
La pena è legittima solo se rispetta criteri razionali fissati dalla legge, non se è arbitrio del potere: emerge l'idea del diritto come patto razionale tra cittadini.
«Pubblica» e «dettata dalle leggi» = certezza e legalità; «pronta» = prontezza che rende efficace la prevenzione; «necessaria» e «la minima delle possibili» = proporzione e mitezza; «proporzionata ai delitti» = giusta misura.
Tutti questi criteri traducono l'ideale illuministico: sostituire la ragione e l'utilità sociale alla tradizione, alla crudeltà e all'arbitrio del vecchio diritto penale.
Risultato: Il passo condensa la rivoluzione di Beccaria: la pena non come vendetta ma come strumento razionale, certo, proporzionato e preventivo, espressione perfetta dell'Illuminismo come riforma della società alla luce della ragione.
Errori frequenti
Approfondimento
Il programma linguistico del «Caffè» merita di essere letto come un documento teorico. I redattori dichiarano che scriveranno «cose» e non «parole», e rivendicano il diritto di usare qualunque termine — italiano, francese, latino, tecnico — purché renda l'idea con precisione: la lingua è giudicata sull'efficacia comunicativa, non sulla conformità a un modello storico. È una posizione che rovescia direttamente quella di Bembo, per il quale l'italiano scritto doveva imitare il toscano del Trecento, e prepara la soluzione manzoniana, che sarà però diversa da entrambe — non una lingua libera da norma, ma una norma fondata sull'uso vivo di una comunità di parlanti. Le tre posizioni si lasciano ordinare così: Bembo fonda la norma su un canone letterario del passato, il «Caffè» la subordina alla funzione comunicativa, Manzoni la fonda su una comunità reale contemporanea. Ogni volta la domanda è la stessa — chi ha l'autorità di dire come si scrive — e ogni volta cambia il soggetto che risponde.
Ripasso attivo
Spiega, con almeno tre esempi tratti da autori diversi, in che senso l'Illuminismo italiano sia un movimento riformatore più che rivoluzionario, e che cosa questo comporti per la lingua e per i generi che adotta.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Cesare Beccaria — Dizionario Biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Illuminismo — Enciclopedia Treccani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani)
Come funziona l'antifrasi del «Giorno»
Vocabolario
→ SchedeNel «Mattino» del «Giorno» il precettore esorta solennemente il giovin signore a non alzarsi troppo presto, descrivendo con tono epico il suo lento risveglio dopo una notte di feste. Analizza l'effetto satirico di questo passaggio.
Il precettore usa un registro alto, reverente, da poema epico: sembra celebrare la nobile abitudine del tardo risveglio.
L'esaltazione di un gesto futile e ozioso (dormire a lungo perché si è vegliato per il divertimento) rovescia il senso: ciò che è lodato è in realtà condannato come segno di vuotaggine.
Lo scarto fra lo stile alto e il contenuto minimo crea l'effetto comico-satirico: la solennità epica applicata al nulla mette a nudo l'inconsistenza della classe ritratta.
Risultato: Il passaggio mostra il cuore della tecnica pariniana: con l'apparente elogio e il contrasto tra forma sublime e contenuto futile, Parini trasforma la celebrazione in feroce critica civile dell'aristocrazia oziosa.
Errori frequenti
Approfondimento
La scelta dell'endecasillabo sciolto per «Il Giorno» non è neutra e conviene motivarla. Il verso sciolto — endecasillabi senza rima — era, nel Settecento, il metro della poesia didascalica e della traduzione dei classici: portava con sé un'aura di serietà e di magistero. Applicarlo alla descrizione della toeletta di un nobile significa quindi far collidere il metro con l'oggetto, ed è la stessa operazione che l'antifrasi compie sul lessico. La conseguenza tecnica è che il testo procede con un periodare ampio, ricco di inversioni latineggianti, di perifrasi mitologiche e di apostrofi solenni, il cui effetto comico nasce dall'attrito con la banalità di ciò che descrivono. Vale la pena di notare l'esito storico: il verso sciolto pariniano, ripulito dall'ironia, passa a Foscolo, che ne fa il metro dei «Sepolcri», e da lì a tutta la poesia civile italiana dell'Ottocento. Ciò che Parini usava per abbassare, Foscolo lo userà per innalzare.
Ripasso attivo
Analizza l'episodio della «vergine cuccia» mostrando come la scelta del registro e la disposizione dei fatti producano la denuncia senza che il narratore la formuli; concludi indicando che cosa cambierebbe se Parini avesse commentato apertamente.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
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Fonti: Giuseppe Parini — Dizionario Biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Il Giorno — testo integrale (Wikisource)
Le tappe della riforma
Commedia dell'arte e commedia di carattere
Vocabolario
→ SchedeIn «La locandiera», Mirandolina dichiara di voler conquistare il Cavaliere di Ripafratta, che si vanta di disprezzare le donne, non per amore ma per il gusto di vincere la sua superbia. Spiega in che modo questo personaggio rappresenta la modernità della riforma goldoniana.
Mirandolina non è una maschera fissa: è una donna borghese individuata, intelligente, autonoma, mossa da motivazioni psicologiche precise (l'orgoglio, il piacere della sfida).
La sua complessità interiore segna il passaggio dalla maschera al carattere: il personaggio non ripete un tipo, ma agisce secondo una propria coerenza psicologica e sociale.
Mirandolina incarna l'intelligenza pratica e la concretezza della borghesia laboriosa, opposta all'ozio e alla vanità dei nobili che la corteggiano: emerge la sensibilità razionale e civile del secolo.
Risultato: Mirandolina è l'emblema del teatro di caratteri: un personaggio reale, psicologicamente coerente e socialmente connotato, in cui la riforma di Goldoni mostra tutta la sua novità e la sua adesione ai valori illuministici.
Errori frequenti
Approfondimento
La polemica con Carlo Gozzi va conosciuta perché chiarisce la posta in gioco. Gozzi, nobile veneziano conservatore, accusò Goldoni di aver rovinato il teatro italiano abbassandolo alla cronaca della vita quotidiana e privandolo della fantasia; per dimostrare che il pubblico avrebbe preferito l'immaginazione al realismo, scrisse le «Fiabe teatrali» — «L'amore delle tre melarance», «Turandot» — che riportavano in scena le maschere, il meraviglioso e l'improvvisazione, e ottennero un grande successo. Il conflitto non è solo di gusto: Gozzi difendeva insieme un'estetica e un ordine sociale, e vedeva nella promozione teatrale della borghesia mercantile una minaccia alla gerarchia. Goldoni lasciò Venezia per Parigi nel 1762, e vi morì povero durante la Rivoluzione. La storia successiva ha dato ragione a Goldoni sul piano della forma teatrale — l'autore che governa il testo è il modello moderno — ma non ha cancellato Gozzi, le cui fiabe hanno alimentato il teatro e l'opera europei fino al Novecento.
Ripasso attivo
Spiega la formula goldoniana dei due libri, «Mondo» e «Teatro», applicandola a una commedia a tua scelta: indica che cosa in essa proviene dall'osservazione della società e che cosa dalle esigenze della scena.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Carlo Goldoni — Dizionario Biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · La locandiera — testo integrale (Wikisource)
Alfieri fra classicismo e preromanticismo
Le tre fasi della composizione alfieriana
Vocabolario
→ SchedeNel «Saul», il vecchio re d'Israele, abbandonato da Dio e roso dalla gelosia per il giovane Davide, oscilla tra slanci di grandezza e disperazione, fino a darsi la morte sul campo di battaglia. Interpreta la figura di Saul alla luce del titanismo alfieriano.
Saul vive un duplice conflitto: contro un destino avverso (la perdita del favore divino) e dentro di sé (orgoglio, gelosia, lucidità e follia si alternano).
Saul è l'eroe titanico: un individuo eccezionale che, pur travolto, non si arrende passivamente, ma affronta la propria rovina con grandezza tragica, scegliendo infine la morte come atto estremo di volontà.
Lo stile aspro e concentrato e la riduzione drammatica esaltano la tensione interiore; la statura dell'eroe in lotta col destino preannuncia l'individualismo romantico.
Risultato: Saul incarna il titanismo alfieriano: un eroe grandioso e sconfitto, in cui il conflitto tra l'io eccezionale e il destino, reso da uno stile teso ed essenziale, segna il passaggio dalla ragione illuministica alla passione preromantica.
Le tragedie di Alfieri sembrano povere: pochissimi personaggi, nessun coro, scenografia inesistente, quasi nessun fatto in scena. Quella povertà è il risultato di un calcolo, e capirlo è metà del lavoro.
Alfieri raccontò di comporre in tre tempi separati: prima ideare, cioè fissare il conflitto; poi stendere in prosa l'intera vicenda; solo alla fine verseggiare. La conseguenza è che la struttura viene decisa prima delle parole, e le parole non possono ammorbidirla.
Il conflitto è sempre lo stesso e non ammette mediazioni: una volontà individuale assoluta contro un potere altrettanto assoluto. Non ci sono personaggi neutrali perché un personaggio neutrale attenuerebbe l'urto, e l'urto è l'unico contenuto della tragedia.
Da qui la riduzione del cast. Ogni figura che non stia da una delle due parti verrebbe eliminata dal conflitto stesso; restano il tiranno, l'eroe, e i pochissimi che sono costretti a scegliere. È il motivo per cui non serve il coro: non c'è una collettività che commenti, c'è solo chi decide.
Anche il verso obbedisce a questo. L'endecasillabo alfieriano è spezzato, aspro, pieno di inversioni e di interruzioni; le battute si accorciano fino allo scambio di una parola. Non è un difetto di orecchio: è il ritmo del braccio di ferro, e va commentato come tale.
Verifica il modello su «Saul»: il re non combatte contro un nemico esterno, combatte contro un potere — quello divino — che gli ha tolto la propria legittimità, e la tragedia è tutta interna a lui. Il titanismo è questo: una volontà che non arretra neppure quando sa di perdere.
All'esame, quindi, non descrivere la trama. Nomina il conflitto, mostra che la riduzione dei personaggi e la durezza del verso sono conseguenze di quel conflitto, e collega Alfieri al Preromanticismo: il suo eroe è il primo, in Italia, a valere per la propria volontà e non per la propria ragione.
Errori frequenti
Approfondimento
«Della tirannide» chiarisce che cosa Alfieri intenda per potere, e la definizione è più radicale di quanto la parola faccia pensare. Per lui è tirannide ogni governo in cui l'esecutore delle leggi possa farle, disfarle, violarle, interpretarle, impedirle o sospenderle — anche quando le leggi siano buone e il sovrano mite. Il criterio è dunque puramente formale: non conta come il potere si esercita, conta che non incontri un limite che non dipenda dalla sua volontà. Ne segue che nessuna riforma dall'alto può risolvere il problema, e qui Alfieri si separa nettamente dagli illuministi lombardi, che riponevano fiducia nel dispotismo illuminato: per lui il sovrano riformatore resta un tiranno, perché la sua bontà è revocabile. Il trattato gemello, «Del principe e delle lettere», ne trae la conseguenza per lo scrittore: la protezione del potente corrompe la letteratura anche quando è generosa, e l'unica condizione della grandezza è l'indipendenza economica e morale dell'autore. È la teoria dell'intellettuale solitario che l'Ottocento romantico erediterà quasi intatta.
Ripasso attivo
Analizza un passo di «Saul» o di «Mirra» individuando almeno tre tratti stilistici (enjambement, ellissi, brevità delle battute) e spiegando per ciascuno quale effetto produce sulla tensione tragica.
Esercitati con quesiti collegati12 domande su questo tema
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Vittorio Alfieri — Dizionario Biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani) · Opere di Vittorio Alfieri — testi integrali (Wikisource)
Verificato · 08/2026Versione completa tramite il livello di profondità — stesso punto, stesse ancore
Riferimenti e fonti
Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani
Vedi anche